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Non assegnata - 24 novembre 2004

10 - 2004, oggi

D. non sparì dalla mia vita con la fine della nostra storia. Dopo pochi mesi da quella sua telefonata inattesa iniziammo a rivederci e a rifrequentarci più o meno regolarmente. Lui nel frattempo si era lasciato con Rita, le cose erano andate esattamente come gliele avevo prospettate e aveva ricominciato ad andare solo con altri uomini, ma sempre in modo "velato". Da questo punto di vista le nostre strade divergevano sempre di più: forte delle nuove e inattese consapevolezze che la vicenda mi aveva fatto scoprire e forte del nuovo indirizzo della mia vita, basato solo sulle cose che avevo compreso essere quelle per me fondamentali, avevo intrapreso un cammino di visibilità e di completa accettazione di me stesso che avrebbe trovato il suo pieno compimento con l'esperienza dei Gay Games di Amsterdam. Con D. parlavamo liberamente di tutto, con la consapevolezza che la profonda conoscenza reciproca e il legame che ci aveva uniti non lasciava nessuno spazio né alle menzogne più o meno volute né ai giri di parole diplomatici. Potevamo parlarci direttamente, pane al pane vino al vino, colpendo anche duro e questo sembrava assolutamente naturale. Eravamo molto di più che semplici amici, io vedevo questa situazione come quella di due ex-coniugi che continuavano a trovare nell'altro un punto di riferimento anche dopo che entrambi si erano ricostruiti una propria vita.

Naturalmente io avevo le mie storie e D. aveva le sue. Capitò anche che facessimo ancora del sesso insieme e la prima volta che questo accadde, in modo per me inaspettato devo ammettere, ebbi come la sensazione del "ritorno a casa". In una di queste occasioni D. stava per chiamarmi "amore" ma troncò la parola a metà; io feci finta di niente. Addirittura avvenne che D. mi fece una piccola scenata di gelosia quando seppe che pochi giorni dopo che avevamo fatto sesso io ero andato a letto anche con Karl. In realtà impiegammo entrambi molto tempo per chiudere definitivamente nel nostro cuore la nostra storia. Io capii di esserne uscito davvero solo due anni dopo, quando mi innamorai follemente di un altro ragazzo (che per altro non lo meritava perché poi si rivelò poco sincero e soprattutto un opportunista calcolatore di prima grandezza). Quella nuova passione forte e intensa spazzò via gli ultimi residui di quel che era stato tra me e D., lasciandomene solo il ricordo e rendendo completamente libero il nostro nuovo modo di rapportarci.

D. disapprovava sempre più il fatto che io non solo frequentassi gli ambienti gay ma anche che mi rendessi sempre più visibile come omosessuale. Secondo lui mi stavo facendo trascinare dalle cose ma in realtà non voleva vedere che quella era semplicemente una mia scelta consapevole e voluta. Credo che si sentisse in qualche modo in inferiorità nei miei confronti perché io trovavo sempre più il coraggio di vivere liberamente per quel che ero mentre lui era ancora bloccato lì nel limbo di un'accettazione incompiuta se non di una sostanziale non accettazione di sé. E questo per il suo orgoglio non era accettabile. Mi rimproverò in più di un'occasione per il fatto che talvolta preferivo andare in questo o quel locale da solo piuttosto che fare qualcos'altro di pseudo-etero in compagnia di persone che ormai erano distanti anni-luce da me e non riusciva a capire perché. E questo ci allontanava sempre di più.

Nel frattempo D. iniziò un'altra storia con un musicista, Benedetto, e volle farmelo conoscere. Fu una bellissima sopresa perché Benedetto e io entrammo immediatamente in sintonia. Di fatto, D. si era trovato una persona che aveva sostanzialmente le mie stesse caratteristiche e confesso che provai un senso di rivincita, seppure postuma e inutile. Ma si sa, noi esseri umani non siamo perfetti e queste piccole malizie (o cattiverie?) fan parte del nostro animo, inutile negarlo. E D. fece passare a Benedetto le stesse cose che fece passare a me, compresa la fine della loro storia. Questo mi mise una doppia tristezza, prima nei confronti di Benedetto, che trovava in me una persona con cui poteva sfogarsi sapendo che potevo capirlo fino in fondo, e poi nei confronti di D. perché a distanza di anni dimostrava di non essere cresciuto di un millimetro sotto determinati aspetti. E anche questo ci fece allontanare sempre di più.

Sentii D. l'ultima volta esattamente quattro anni fa, in occasione degli auguri di Natale, dopo qualche mese di silenzio. Parlammo delle nostre vite, del nostro lavoro, di cosa era accaduto nelle nostre famiglie. D. mi disse della sua storia con un ragazzo spagnolo e promettemmo di risentirci. Cosa che da allora non è mai più avvenuta.

Ho saputo solo recentemente, tramite Benedetto, che D. ora si è trasferito in un'altra parte d'Italia, che ha lasciato il ragazzo spagnolo dopo averlo trattato come aveva trattato noi due e che continua a giocare al seduttore bisessuale, anche se in realtà poi va solo con gli uomini, negando sempre di essere gay. Venire a conoscenza di queste cose mi ha messo un'ombra di tristezza che mi ha fatto ripensare a tutta la nostra storia e a quel che voleva essere ma non avrebbe mai potuto. Tristezza acuita dalla considerazione della difficoltà se non impossibilità da parte di D. ad accettarsi per quel che è e a limitare così una gran parte della propria vita. Anche per questo D. nella mia mente appare oggi illuminato da una luce malinconica, simile a quella del tramonto, come un ricordo, una bella storia senza lieto fine. Un passato che è chiuso e che con la fine di questo racconto ritorna al suo posto, tra i mille altri ricordi che han fatto di me quel che sono oggi.

Fine



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Non assegnata - 9 novembre 2004

9 - 1993, novembre

La scelta di chiedere a D. di tenersi fuori dalla mia vita si rivelò quella giusta. Certo avevo degli alti e bassi e a volte dovevo ricorrere a tutta la mia forza di volontà per non alzare la cornetta e chiamarlo, ma questi momenti diventavano via via più rari e lo sforzo di trattenermi sempre meno impegnativo. Nel frattempo, stavo cominciando a ricostruirmi una vita nuova, girando pagina. Avevo deciso di ripartire da quel che era rimasto: gli amici veri - alla fine erano solo due ma ora che ne capivo fino in fondo il valore mi sembravano una vera fortuna - e gli insegnamenti di mio padre.

Questa in effetti fu una sorpresa: solo ora che lui non c'era più riuscivo a capire chiaramente quanto in realtà mi avesse dato con l'esempio e quanto ora questo diventava prezioso per me. Mi accorsi che anzi era già parte di me. Accettare le cose e il destino per quel che è reagendo senza scoraggiarsi e senza cadere nel fatalismo passivo; dare peso a quel che conta veramente che non è mai materiale; avere rispetto di se stessi e degli altri con l'onestà nei sentimenti e nei comportamenti per potersi dire alla fine della giornata "avrò anche sbagliato, ma posso guardarmi allo specchio senza vergognarmi di me stesso". Non me ne ero mai accorto prima di questa eredità importante. Potevo vederla chiaramente solo ora, dopo che tutto intorno mi era crollato. Queste erano le sole cose che erano rimaste in piedi, intatte e salde e quindi erano le vere basi su cui ricostruire il mio futuro in modo solido e soprattutto fedele a me stesso.

Mio padre mi mancava e mi manca tuttora ma il pensiero di quanto mi ha lasciato dentro addolcisce il dolore e mi dà serenità e coraggio anche oggi. Rimpiango solo di non aver fatto in tempo a capirlo mentre era in vita e a ringraziarlo per questo.

Mi vedevo spesso con Karl. Andavo a trovarlo in farmacia quando aveva il turno di notte e si faceva spesso l'alba in questo modo, parlando di tutto. Il nostro era principalmente un rapporto di amicizia, anche se ogni tanto facevamo un po' di sano sesso. Non stavamo insieme, non c'erano implicazioni sentimentali: era una cosa assolutamente libera e senza impegno e andava perfettamente bene così. Karl conosceva un sacco di persone e questo facilitava le cose per me, aiutandomi a liberarmi del mio passato recente incontrando in continuazione facce nuove, frequentando ambienti nuovi e anche di nuovo qualche locale gay. L'avversione assoluta che ne aveva D. e la sua scelta di frequentare solo ed esclusivamente ambienti "etero" in qualche modo era anch'essa una forma di ghettizzazione per di più negativa in quanto esprimeva una sostanziale non accettazione. Mandai un annuncio di corrispondenza su un mensile e ricevetti una valanga di lettere, quasi tutte da donne o ragazze e iniziai uno scambio regolare con alcune di esse trovando una splendida complicità di sentimenti. Feci venire a casa mia le mie nipoti con i loro fidanzati e per l'occasione invitai le ragazze che frequentavo insieme con D. per una pizza in compagnia. Mi dissero tutte di sì salvo tirarmi il pacco all'ultimo minuto senza nemmeno avvisare così che mi ritrovai solo con le mie nipoti. Ci rimasi molto male sul momento ma se non altro l'episodio fu utile per eliminare qualche altro ramo secco dalla mia vita. Grazie a Karl conobbi un ragazzo che mi fece battere di nuovo forte il cuore. Insomma avevo ricominciato a vivere ma in un modo nuovo e più consapevole e vedevo di nuovo un futuro aperto di fronte a me.

Una sera di novembre, poco prima di cena, squillò il telefono. Io ero in relax, stavo leggendo un libro e quello squillo mi infastidì perché interrompeva la mia concentrazione. Alzai la cornetta.
"Ciao, come stai?"
Era D. Il tono era apparentemente allegro e affettuoso. Rimasi sorpreso e istintivamente cominciai a osservare le mie emozioni e le mie reazioni. Non provavo niente di particolare a parte la sorpresa.
"Bene e tu? Dove sei?"
Avevo il timore che avesse fatto una qualche cazzata, venendo a trovarmi.
"Sono qui a Cologno. Sai avevo voglia di sentirti".
"Io no" pensai.
Mi chiese che cosa stessi facendo e io risposi stando sulle generali. Non mi andava di metterlo al corrente di come stava andando la mia vita, era una cosa mia in cui non volevo lui entrasse.

"E tu, come va? Sei sempre con Rita?" gli chiesi.
"Sì, in effetti sì. Anzi ti avevo chiamato per questo".

Mi raccontò che avevano iniziato un corso di danza latino-americana e che quella sera erano alla prima lezione, solo che lui era arrivato in ritardo (come al suo solito) e Rita non lo aveva aspettato e quindi ora lui era rimasto fuori dalla scuola, non sapeva come rintracciarla ed era seccato con lei e cominciò una serie di lagnanze. Non resistetti e con calma gli dissi in tono candido:
"Ma scusa, non eri tu quello che mi dicevi sempre che avevi bisogno di una persona che ti tenesse testa? E adesso che l'hai trovata che fai, ti lagni?"

D. rimase interdetto per la mia risposta. L'avevo spiazzato. Mi rendevo conto di comportarmi da cagna ma non mi andava più di assecondare le sue contraddizioni infantili.
"Ma come? Ma cosa dici? Io ti avevo chiamato per avere un sostegno e tu..."
"E io cosa? Scusa, ma come la penso sulla faccenda di te con Rita lo sai benissimo e questa tua chiamata mi conferma che ho visto giusto. E poi un sostegno per che cosa? Perché si è stufata dei tuoi ritardi cronici? Beh, secondo me ha ragione e ha fatto bene a non aspettarti. Ma poi, perché chiami proprio me? Io sono la persona meno adatta per questo".

In realtà la sua storia con Rita non funzionava affatto. D. cercava aiuto e soprattutto un qualche alibi con se stesso per affrontare il vespaio in cui si era cacciato da solo e da cui non sapeva come uscire salvando la faccia. Ma io non ero disposto a fargli da sponda. L'intera situazione era falsa e io non avevo più voglia di falsità. Capivo anche che per lui io rimanevo un punto di riferimento ma non ancora come semplice amico. Di amiche con cui confidarsi ne aveva a bizzeffe e non c'era nessun motivo per cui lui nella nostra situazione chiamasse proprio me per sfogarsi di un episodio tutto sommato banale, se non il fatto che con me avrebbe potuto parlare liberamente di quel che con le amiche non poteva più parlare dopo aver sbandierato tanto con loro il suo "ritorno definitivo" all'eterosessualità.

Nonostante il mio tono ironico, non provavo malanimo nei suoi confronti e questo D. lo capì. Si era immalinconito. Capii anche che si aspettava che lo invitassi a venire da me, visto che si trovava a pochi chilometri, ma evitai accuratamente di farlo. Non era il caso. Parlammo ancora per un po' della sua situazione e io gli risposi dicendogli onestamente quel che pensavo, senza infierire e sempre mantenendo un tono di voce rilassato. Alla fine ci salutammo.

"Mi ha fatto piacere sentirti", mi disse.
"Beh prima o poi dovevamo rimetterci in contatto, no? È successo un po' prima di quanto mi aspettassi ma va bene così", gli risposi. "Stammi bene e non far disperare troppo quella povera ragazza. Ci sentiamo".
"OK. Ci sentiamo. Ciao".

Riattaccai e guardai l'orologio: era tempo di preparare la cena. Dopo avevo appuntamento con Karl e con il ragazzo che mi faceva battere il cuore. Non vedevo l'ora e non volevo far tardi.


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Non assegnata - 1 settembre 2004

8 - 1993, settembre

Tornando dalla Grecia mi fermai a Venezia per trascorrervi gli ultimi giorni di ferie. I miei familiari fecero quasi fatica a riconoscermi tanto era cambiato il mio aspetto: abbronzatissimo come solo durante la naja, capelli tagliati quasi a zero per la prima volta in vita mia (da allora non persi più quest'abitudine), canottiera pantaloncini e sandali, la bandana arrotolata e avvolta attorno al polso, stile braccialetto. Ero diventato magro: pesavo 58 chili, mentre solo qualche mese prima, quando D. volle chiudere la storia, ne pesavo dieci in più. Eppure in tutto quel tempo non solo non avevo perso l'appetito ma mangiavo eccome, disordinatamente e smodatamente, a tutte le ore del giorno e della notte. Ma lo stress del doppio dolore bruciava tutte le mie energie e tutte le mie riserve.

Ero molto stanco, ma finalmente si trattava di una stanchezza diversa, una specie di sollievo, la tipica stanchezza di chi porta a termine un compito che lo ha assorbito completamente per un lungo tempo e ne vede la conclusione. Una stanchezza finalmente serena e il punto di svolta era stato proprio l'incontro con Karl. Potevo vivere, potevo ricostruire, ne avevo le forze e la capacità: tutto sommato era proprio questo quel che volli mettere alla prova con la mia scappata a Mikonos (ma questo lo compresi solo più tardi). Anche i miei mi videro più rilassato. Dopo qualche esitazione, chiamai Karl, che nel frattempo era tornato pure lui a Milano: fu contento di risentirmi e ci demmo appuntamento per rivederci.

Finiti i giorni di ferie, ricominciai il mio tran-tran quotidiano. Pian pianino stavo facendo progetti per ricostruirmi un nuovo giro di amicizie, anche tramite Karl, visto che gli amici che avevo in comune con D. mi avevano quasi tutti voltato le spalle e del resto era meglio così, meno cose mi tenevano legate a D. meglio era. Avevo voglia di iniziare nuove attività, sentivo il bisogno di dedicare molto a me stesso. Fu proprio allora che arrivò la telefonata di D. Il tono era allegro e spensierato, come se nulla fosse accaduto.

"Ciao come stai? Come sono andate le vacanze? Ci vediamo? Pensavo di venire a trovarti".

Non ne ero entusiasta ma accettai. Era un passaggio obbligato per quel che avevo in mente di fare. D. arrivò tutto allegro e contento, mi abbracciò, mi raccontò della Corsica e della zona in cui era stato: anni addietro trascorremo insieme, noi due da soli, un'estate nell'isola ma quella volta vedemmo una parte diversa. Per fortuna risparmiò di portarmi un regalino, anche se mi confessò che era stato tentato di farlo. Evitava accuratamente ogni accenno alla sua collega e io da parte mia mi guardai bene dal porgli ogni domanda in merito. D. mi chiese della mia vacanza e gli raccontai della Grecia, di quel che avevo visto e di quel che avevo fatto. Volutamente tacqui sulla mia escursione a Mikonos né dissi nulla di Karl. D. ascoltava e si avvicinava, parlava e si avvicinava, a un certo punto mi abbracciò e mi baciò, forte.
"Mi sei mancato, sono contento di stringerti di nuovo", mi sussurrò. Finimmo a letto ma provai una sensazione strana: mi sentivo molto distante, distaccato, quasi assente: com'era diverso il senso di passione che avevo provato con Karl! Avevo oltrepassato il punto di non ritorno e quella sensazione di estraneità mi diede ulteriore forza per quel che avevo in mente di fare.

D. cominciò a parlare – finalmente – della sua collega. Mi disse che lei gli aveva fatto la corte per tutto il tempo ma che lui si decise ad andare con lei solo il penultimo giorno della vacanza, d'impulso. Mi raccontò di come avevano fatto l'amore, di quanto lei fosse 'calda'. Ma mi disse anche, con molta tristezza: "Appena finimmo, mi sentii molto male, molto triste. In quel momento mi mancavi moltissimo, avrei voluto che ci fossi stato lì tu al posto suo, sentivo il bisogno abbracciarti".
Io lo ascoltavo, disteso sul fianco, la testa appoggiata al braccio piegato. Ero impassibile, non mostravo alcuna emozione. D. continuava a parlare della sua collega, Rita, del fatto che ora si erano messi assieme e avrebbero continuato a vedersi. Mi limitai a chiedergli:
"Ma hai intenzione di dirle che hai avuto storie anche con uomini?"
"No, assolutamente no. Lei non deve sapere nulla di questo".

Sospirai. Era arrivato il momento di andare fino in fondo e quel sospiro mi serviva per prendere forza, come prima di una gara.

"Anch'io ho qualche cosa da dirti sulla mia vacanza. Sono stato qualche giorno a Mikonos, da solo e ho conosciuto un ragazzo di Milano. Siamo stati a letto, è stato un bell'incontro".
L'espressione di D. si incupì, sembrava sul punto di mettersi a piangere. Iniziò ad inveire contro di me, una vera e propria scenata di gelosia.
"Perché l'hai fatto? Hai voluto vendicarti, vero? Cosa serviva che andassi con un altro? Volevi dimostrarmi qualcosa? Ecco, hai rovinato tutto!"
Sospirai di nuovo. Mi stupiva il fatto di riuscire a rimanere impassibile, calmo. In quel momento, riuscii persino a cogliere l'amara ironia della situazione: se qualcuno non a conoscenza delle cose avesse osservato quella scena dall'esterno, avrebbe pensato che ero io quello che aveva lasciato D. e non viceversa. Aspettai che finisse di sfogarsi poi mi rimisi a parlare, con calma, quasi sottovoce:
"D., l'hai detto tu non so quante volte, in questi mesi, che le cose tra di noi erano finite e non si tornava più indietro. Tu ti sei sentito libero di metterti con Rita, io e te non stiamo più insieme e io non ho fatto voto di castità per questo. Anch'io devo ricominciare a vivere, ne ho il diritto. Da quel che vedo, la tua storia con Rita è destinata al fallimento e anche in fretta: tu non sei innamorato di lei, hai deciso di tenerle nascosto qualcosa di fondamentale di te, tutto sommato la stai usando. Per quanto tempo pensi di poter reggere? Cosa pensi di costruire su queste basi? È una cosa che non ha futuro e te lo dico senza interesse da parte mia. Nonostante la situazione mi hai fatto una scenata: cosa avrei dovuto fare io, allora, quando mi hai parlato di Rita, di come avete fatto sesso? Forse avrei avuto più ragione io, di fare una scenata: ma non è andata così. Ho rovinato tutto, dici: ma ho rovinato 'che cosa', visto che dici che non stiamo insieme e che non hai alcuna intenzione di tornare con me o di lasciare Rita?"
Sospirai di nuovo.
"Se per caso speravi di mettere alla prova qualcosa di te con Rita per poi tornare da me, sappi che non mi avresti comunque trovato lì ad aspettarti".

D. reagì con rabbia: "Non ci pensavo nemmeno!", ma riconobbi il tono con cui lo disse. Era il tono orgoglioso della frase cattiva buttata lì per tentare di mettere al tappeto un avversario che lo aveva colpito in pieno, cosa che lui non poteva accettare e a cui reagiva sempre in questo modo. Capii che in fondo D. era ancora innamorato di me ma non sapeva come risolvere la cosa. Ma capivo anche che se mi fossi lasciato intrappolare non ne sarei uscito più e su questo non potevo cedere. Ora: dovevo farlo ora.

"D., io sono stanco, sono stanco di star male. Devo ricominciare, devo rimettermi in piedi e per farlo ho bisogno di serenità: e mi sono accorto che se sto lontano da te, che se non ti sento, se non so nulla di quel che fai, che se tu non ci sei nella mia vita, per me le cose sono molto più facili. Almeno per il tempo necessario per me a venirne fuori".
D. si mise a piangere:
"No, non è questo che voglio. Non voglio che finisca così non voglio! Ci deve essere un altro modo, ci deve essere per forza!"
"D., ci ho pensato, tanto e a lungo e non sono riuscito a trovarlo. Se hai in mente qualcosa di meglio, dillo, ne sarei contento ma non credo che tu ci riesca. Penso sia meglio sospendere i nostri contatti: non chiamarmi e non cercarmi; mi farò vivo io quando mi sentirò pronto e quanto meno ci sentiamo tanto prima lo sarò".
D. rifletté un momento poi sussurrò:
"Sì, forse hai ragione tu, forse questo è l'unico modo. Ma non volevo che finisse così".
"Nemmeno io l'avrei voluto, ma non abbiamo alternative se vogliamo continuare a frequentarci come semplici amici una volta superato quel che c'è da superare".

D. si rivestì, era distrutto. Sulla porta mi abbracciò e mi disse all'orecchio:
"Stammi bene e mi raccomando a quel che fai!"
"Stai tranquillo, voglio ritornare a vivere e non certo distruggermi. Stammi bene anche tu e mi raccomando con Rita!"

D. chinò il capo, si girò e scese le scale a testa bassa. Rientrai in casa, chiudendomi la porta alle spalle.


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Non assegnata - 6 luglio 2004

7 - 1993, estate

Se fino a quel momento ero riuscito a mantenere un certo qual controllo, l'improvvisa scomparsa di mio padre distrusse anche quell'ultima parvenza di equilibrio. Facevo sempre più fatica a stare in compagnia degli altri, soprattutto degli amici e delle amiche comuni tra me e D., ma non avevo molte altre persone a cui fare riferimento. Come tutte le persone che attraversano una fase di depressione, mi arrotolai su me stesso e iniziai a ignorare le esigenze e l'effettiva disponibilità altrui, pretendendo senza accorgermene di avere l'esclusiva dell'attenzione per il mio dolore, oltre il limite del lecito e del rispetto reciproci. Con D. continuavamo a vederci ed era ogni volta una doccia scozzese. Accadde che i suoi andassero via per il week-end e lui si trovò così a casa da solo. Mi invitò a trascorrere quei due giorni lì da lui e io accettai, nonostante un ultimo barlume di razionalità mi ripetesse che non era la cosa giusta ma io non avevo più forza per ascoltarlo. Furono due giorni intensi, di sesso, di amore ma a mano a mano che la domenica volgeva al termine, D. diventava sempre più freddo e ostile nei miei confronti. Mi disse chiaro e tondo di non farmi illusioni, che tutto ciò che era accaduto quel fine settimana non significava nulla, che lui con me stava bene solo a piccole dosi ma poi si sentiva soffocare. Mi parlò dei suoi progetti per le ferie insieme ai suoi colleghi e mi venne in mente la folle idea di aggregarmi. D. mi disse "Fai quel che vuoi, non sarò certo io a impedirtelo, ma sappi che c'è una mia collega che mi fa la corte e io ho intenzione di mettermi con lei durante la vacanza, sai devo vedere se sono ancora capace di avere una relazione con una donna. E una tua eventuale presenza non mi fermerà". Fortunatamente, i miei amici riuscirono a dissuadermi da quell'idea priva di senso e mi convinsero ad andare in Grecia, a Naxos, insieme a parte della compagnia dell'epoca. Anche con loro (tranne che con due) le cose stavano precipitando, un po' perché stavo diventando effettivamente una palla anche se cercavo di parlare il meno possibile della mia situazione, molto perché la maggior parte della nostra compagnia era costituita da ragazze a cui non sembrava vero vedere che D. tornava a essere una preda "raggiungibile": parlavano dei suoi progetti etero come di "un trampolino di lancio" verso una sua nuova vita che avrebbe previsto solo relazioni con donne e pian pianino mi mettevano in disparte a favore di un discreto ma netto corteggiamento verso D., facendomi in qualche modo pesare la mia omosessualità come qualcosa che mi tagliava fuori. Iniziai così a diradare le mie uscite con loro, soprattutto se sapevo che ci sarebbe stato D. ma la sua mancanza unita alla mancanza di mio padre pesavano in modo a volte insopportabile. Facevo lunghi giri in macchina, senza una meta precisa, da solo, con l'autoradio a palla, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Una sera che la mancanza di D. era più insopportabile del solito, feci una delle cose più stupide che potessi fare: lo attesi sotto casa. Forse cercavo di farmi del male, forse cercavo di fare qualcosa di cui vergognarmi per trovare la forza per non vederlo per un po'. Anche qui, il barlume razionale mi diceva che stavo sbagliando ma non me ne importava nulla. Sapevo che quella sera D. era uscito coi suoi colleghi e che c'era pure la tipa con cui giocava a fare il seduttore. Attesi da mezzanotte fino a quasi le tre, quando vidi arrivare la sua auto. Anche lui mi vide, parcheggiò e venne da me. Cominciammo a parlare e io gli dissi tranquillamente che secondo me quel suo studiare a tavolino una relazione con una donna era una solenne cazzata, perché tanto non si può cambiare a comando il proprio modo di essere. D. mi rispose sbrigativamente, col modo che usava quando si trovava in carenza di argomenti. Sapeva che avevo ragione ma non l'avrebbe mai ammesso, troppo orgoglioso. Mi chiese perché fossi andato lì ad aspettarlo. "Perché avevo bisogno di vederti, anche se so che non era la cosa giusta da fare". Lui mi chiese di non farlo più e io, con molta tranquillità, gli dissi che poteva stare tranquillo, che quella sarebbe stata l'ultima volta che mi avrebbe trovato sotto casa sua. E così in effetti avvenne. Stranamente, nel dirgli quelle parole e nel tornare a casa mi sentii sereno e sollevato. Durò poco ma almeno quella notte riuscii a dormire un po' meglio. La vacanza a Naxos quell'agosto fu strana. Eravamo una decina, persone molto vivaci, ma io di giorno mi isolavo, facevo lunghissime passeggiate da solo, ore lungo chilometri di spiaggia ora affollata ora deserta. Continuavo a pensare a D., a mio padre, alla collega che saltava addosso a D., a loro due che facevano sesso alla faccia mia, alla mia solitudine. La sera, dopo che i miei amici erano andati a letto (avevamo affittato un appartamento e dormivamo tutti insieme), io mi alzavo e andavo in giro fino alle tre, alle quattro del mattino, da un bar all'altro, a bere birra e a guardare le persone che si divertivano, senza parlare con nessuno, come se stessi assistendo a uno spettacolo che non mi coinvolgeva affatto. Mi sentivo tagliato fuori ma sentivo anche la voglia di riscatto tornare a poco a poco. Sul molo dei traghetti avevo visto un cartello: collegamenti giornalieri con Mykonos, tre ore di traversata, poche dracme. Era una tentazione forte, ma sentii che 'dovevo' farlo. Il mattino dopo, presi il mio sacco a pelo e salutai gli amici: "Torno tra un paio di giorni", senza dir loro dove fossi diretto. Una delle ragazze chiese di poter venire con me, anche lei era in crisi e aveva sopportato spesso i miei momenti pesanti, ma io volevo la solitudine piena, perché sapevo quel che avevo in mente e non volevo costrizioni di alcun tipo. Le dissi gentilmente di no; lei non me lo perdonò (e aveva pienamente ragione), ma in quel momento "dovevo" essere egoista. La posta in gioco era la mia sopravvivenza psicologica. Andai al molo e presi il traghetto. Ero allo sbaraglio: a Mykonos non avevo alcun punto d'appoggio, non sapevo dove mi sarei sistemato, ma alla peggio pensai dormo in spiaggia col sacco a pelo. Come mi aspettavo, Mykonos era letteralmente un puttanaio: gay, etero, gente da tutte le parti, tensione sessuale palpabile nell'aria. Trovai un posto cuccetta in un campeggio molto centrale, l'ultimo posto libero, appoggiai la mia roba, mi feci la doccia e mi preparai per la serata. Quella prima notte non ebbe un grande esito: tentai di conoscere qualcuno ma evidentemente non ero ancora dell'umore giusto e non accadde nulla. Si fece l'alba, passai dal campeggio a prendere il costume da bagno e andai direttamente in spiaggia, senza dormire. Trovai una bellissima cala, poco affollata, dove si poteva prendere il sole nudi. Non mi spogliai, non mi andava di far vedere il segno del costume (ero bruciato dal sole). Notai un ragazzo biondo, tedesco o inglese, che passava il tempo a scrivere su un quaderno. Era carino, molto carino, ricordava vagamente D. ma mi sembrava molto concentrato e non tentai alcun approccio. Quella sera, nella piazzetta con la chiesetta, lo rividi all'ingresso di uno dei disco-bar. Lo guardai fisso, non sapevo se mi avesse notato durante il giorno, si accorse di me, gli sorrisi, fece per un attimo una faccia stupita e poi rispose al mio sorriso. Attraversai la strada e iniziai a parlargli in inglese. Fatica sprecata, era italiano. Aveva una conversazione piacevole e non superficiale, parlammo di tutto un po', ridendo scherzando e bevendo birra. Non gli parlai della mia situazione. A un certo punto, mi propose di andare a dormire da lui. Accettai. Far l'amore con lui fu liberatorio, mi lasciai andare completamente, senza freni e mi accorsi che potevo provare ancora passione. Fu davvero una bella notte. Ci fu solo un momento di sbandamento, quando alzando gli occhi per una frazione di secondo mi sembrò strano vedere in quella situazione un volto che non era quello di D. Ma fu solo un istante. Anche "dopo" invece di dormire continuammo a parlare: scoprii che si chiamava Karl, era trentino ma viveva a Milano e coincidenza curiosa compiva gli anni lo stesso giorno mio. Mi parlò della sua situazione sentimentale, abbastanza incasinata. Gli accennai qualcosa della mia e mi accorsi in quel momento di quanto D. mi sembrava lontano, piccolo, passato. Parlammo a lungo fino a mattino inoltrato quando infine lo salutai, avevo il traghetto di ritorno da lì a un'ora e dovevo ancora passare al campeggio a ritirare le mie cose. Ci scambiammo i numeri di telefono e la promessa di rivederci a Milano. Ritornai a Naxos dal resto della compagnia godendomi la traversata col mare grosso e il cielo limpido. Non dissi loro nulla di quel che avevo fatto né di dove ero stato ma tutti notarono che c'era in me qualcosa di diverso. Quella notte mi addormentai in discoteca, con la testa appoggiata alla cassa che pompava a tutto volume: negli ultimi tre giorni avevo dormito in tutto un'ora ed ero spossato. Ma per la prima volta da mesi stavo bene. Avevo la netta sensazione di avere di fronte a me un nuovo inizio.


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Non assegnata - 18 giugno 2004

6 - 1993, 18 giugno, venerdì

Quel giovedì sera, come sempre, chiamai i miei a Venezia. A loro non avevo detto nulla di D., mi vedevano giù ma io li tranquillizzai parlando di problemi sul lavoro e di stress. La mia famiglia, in quel momento difficile, era diventata un'oasi di serenità, dove D. non esisteva più e io mi sentivo amato e protetto. Rispose mia madre, parlammo un po' delle solite cose, del caldo che stava facendo in quei giorni. Chiesi di mio padre. Anni prima, aveva avuto un grosso problema, un misto di ipertensione e di complicazioni cardiache. Dovette installare un pacemaker, fu obbligato ad andare in pensione e smise di fumare. Pian pianino aveva recuperato ma in quel momento appariva di nuovo molto affaticato. Mia madre mi disse "Guarda, è sul divano, stasera non ce la fa, ti saluta". "Va bene, non ci sono problemi, digli di star lì tranquillo, tanto ci sentiamo lunedì".

Quella sera, prima di addormentarmi, ebbi un pensiero che non avevo mai fatto. Pensai: "Ora sono solo, vivo da solo, se stessi male durante la notte, ma male da non poter chiedere aiuto, cosa farei? Cosa sarebbe di me?". Mi stupii di questa idea, mi scossi e dissi a me stesso "Senti, hai già abbastanza rogne per l'anima, non creartene di nuove".

Venerdì 18 giugno era una bellissima giornata di sole. Mi alzai, soliti gesti, solite cose: làvati, vèstiti, fai colazione, sali in auto, vai in ufficio. Arrivai attorno alle otto e un quarto. Alle otto e mezza suona il telefono, dall'altro capo la voce di mia sorella. "Germano, vieni subito, è successa una cosa grossa". Mi allarmai. Pensai immediatamente a mia nonna, quasi novantenne, da anni inferma e in ospizio. "Cos'è successo, la nonna..?" Non mi sarei mai atteso la risposta di mia sorella.

"No. Il papà".



Bum.



(Mia sorella mi disse, qualche giorno dopo, che alla notizia bestemmiai, una bestemmia di quelle pesanti. Io non me lo ricordo).

Pensieri confusi, giramento di testa, gambe che tremano, stomaco che si chiude.

"Ma come, ma se ieri sera... Vengo, vengo subito".

Riattaccai, il mio capo, seduto dietro a me, mi chiese "Cos'è accaduto?"
"Mio padre è morto, all'improvviso. Devo andare a casa immediatamente".

Andai dalla segretaria per preparare il permesso ma non riuscivo a scrivere. La mano mi tremava tanto, tantissimo e non potevo tenere la penna sulla carta. La segretaria mi chiese se andasse tutto bene, le dissi cos'era accaduto.
"Vai, vai, non ti preoccupare, il permesso te lo preparo io". Con trecento persone in reparto da seguire, la nostra segretaria non preparava mai i permessi a nessuno, apprezzai la delicatezza del gesto.

Salii in auto, non ricordo cosa accadde, ricordo tanti clacson che mi suonavano e io non sapevo nemmeno perché. Non me ne importava. Chiamai D., avevo bisogno di parlare, gli dissi quel che era accaduto e in quel momento crollai, scoppiò la disperazione e il pianto. Dissi a D. che stavo andando a Venezia, in auto. D. mi fermò: "No tu non vai da nessuna parte, se guidi adesso ti schianti. Tu torni a casa in treno, vengo a prenderti io". Arrivò, nel mentre io pensavo a mio padre, a tutti i litigi, i conflitti che avevamo, alle mie insofferenze nei suoi confronti, all'ultima volta che l'avevo salutato con un bacio senza che mi immaginassi nemmeno che quella sarebbe stata anche l'ultima volta in cui l'avrei visto vivo, a tutte le cose di lui che mi davano fastidio e che ora, avrei dato tutto tutto tutto pur di risentirle e rivederle ancora. Un senso di disperazione così forte l'avevo provato solo da bambino piccolo, quando mi perdevo per la strada e non vedevo più i miei genitori e non sapevo ritornare indietro. D. arrivò, forse per reazione mi abbracciò e mi baciò. Facemmo l'amore e mi sembrava da un lato assurdo e dall'altro comprensibile, la rivincita della vita sull'inevitabilità della morte. Sulla strada della stazione, D. mi disse "Penso tu abbia capito il senso di quel che è accaduto tra noi". "Sì, l'ho capito, era un gesto di solidarietà, nulla di più". D. annuì, sembrava sollevato per questo. Sinceramente, in quel momento a me di D., di quel che pensava, di quel che pensava io potessi pensare non interessava nulla, la mia mente era a Venezia, volevo soltanto arrivare a casa prima possibile, qualsiasi mezzo di trasporto mi sembrava troppo lento.

Arrivai a S.Lucia, fuori ad attendermi c'erano mio cognato e le mie due nipoti, abbracciai la più grande e scoppiai in lacrime. Sul vaporetto che ci riportava a casa, io guardavo gli edifici delle Zattere, sul canale della Giudecca. La mia nipote più piccola mi abbracciava da dietro, in silenzio. Avevo gli occhiali scuri, guardando la distesa della Zattere, guardando il cielo limpidissimo, di un blu carico, senza una nuvola, guardando la mia città pensai "Perché si deve morire in un giorno così?". Pensai che mio padre quel cielo, quel sole, quel giorno non l'avrebbe mai visto né ci sarebbero più stati giorni così per lui. Da dietro gli occhiali spuntarono altre lacrime, silenziose.

Quando arrivai a casa, mi trovai al centro di una scena già vissuta in altri momenti, per altri parenti, per altre persone che se ne erano andate. Solo che ora toccava a noi. Mia madre seduta in sala, e tanti zii, zie, cugini, conoscenti, tutti lì attorno a lei, a parlare, a pregare. Non li vidi nemmeno, cercavo solo mia madre. Lei mi abbracciò in silenzio. Si dimostrò molto forte, molto più forte di noi, nessuna lacrima in pubblico, nemmeno con noi figli. Il suo dolore rimase sempre privato, ma non per questo meno intenso. Era una cosa sua, tutta sua e io sentivo che era giusto così.

D. non c'era più. Mio padre non c'era più. Nel silenzio della mia cameretta di Venezia, quella notte, guardai dentro la mia anima e mi guardai attorno. Un bombardamento. Tutto il mio mondo era sparito. Ero circondato da macerie, disteso a terra, senza la forza di rialzarmi.


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permalink | inviato da il 18/6/2004 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
 
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