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Non assegnata - 13 gennaio 2004

3 - 1989, giugno


Il numero di telefono di D. era facilissimo da ricordare e dopo un pochino – ma solo un pochino – di tira e molla alla fine superai la mia timidezza e lo chiamai. Mi rispose il padre. Mi presentai col mio nome, gli dissi che ero un amico di D. e gli chiesi se fosse in casa.
Sì, un attimo che lo chiamo”.
Il cuore mi batteva forte nell’attesa.
Pronto?
Era lui. La sua voce bastava per trasformarmi completamente.
Ciao, sono Germano, quello del gruppo con cui hai parlato tutta la sera, ti ricordi?
Uheeee, ma certo che mi ricordo, ma che piacere sentirti! Come stai?
La voce suonava molto contenta, molto piacevolmente e soprattutto molto sinceramente sorpresa. Andai dritto al sodo.
Adesso che ti sento sto meglio” – risatina all’altro capo del filo. Buon segno.
Senti, l’altra sera mi è piaciuto molto parlare con te e mi andrebbe di rivederti ancora, ma fuori dal gruppo, sempre se ti va. Scusa se ti ho chiamato a casa, è che non mi andava di aspettare una settimana per poterti riparlare”.
Ma certo che mi farebbe piacere!”, il tono di voce era quello di uno che stava sorridendo di piacere. Notai che non mi chiese come avessi fatto a procurarmi il suo numero di telefono.
Che ne diresti se ci vedessimo stasera?”, a quel punto era inutile girare troppo in tondo. In vita mia non ero mai stato tanto intraprendente con una persona, mi sembrava stesse parlando qualcun altro al posto mio.
Ahia, no, stasera non posso. Ho già un impegno, devo uscire a cena con un caro amico”. Mi gelai. Solo ‘un caro amico’ o..? Di colpo, persi tutta la mia sicurezza e mi sentii uno stupido ad aver chiamato.
Ma che ne diresti di domani sera? Ti piace la musica? Avevamo in programma di andare alle Scimmie, ti andrebbe di venire pure tu?
Mi scoraggiai un pochino. ‘Avevamo”, ha usato il plurale. Mi ha proposto di uscire, vero, ma non da soli. Ma ora, dopo aver lanciato io per prima la proposta, non potevo dire di no. Mi preparai già all’ennesima replica di un copione per me ormai abituale: incontro un tipo, mi piace, cerco di corteggiarlo e poi quando finalmente riesco a uscirci insieme, zac!, ecco che scopro che o sta già con qualcun altro oppure che è etero oppure che non gli interesso minimamente. “Altro giro altra corsa, si vede che è questo che ti tocca”, pensai amaramente. “Ma certo che mi piacerebbe venire, la musica mi piace molto!”
Allora, mettiamoci già d’accordo. Lì trovar parcheggio è un casino, ti va se noi due ci vediamo prima da qualche parte e andiamo con una macchina sola? Potremmo vederci in corso Venezia, davanti ai Giardini, per le otto e mezza, ti va bene?
‘Noi due’. Aveva detto ‘noi due’. Mi rincuorai un pochino. “Va bene. Allora a domani”.
A domani”.
Avevo l’appuntamento con D. ma non riuscivo a gioirne fino in fondo. Cosa mi sarebbe accaduto, domani?

La sera, Tore chiamò. Il tono di voce era cupo e serio. Mi disse che sarebbe rientrato alla sede di Milano il giovedì e che prevedeva di restare per il fine settimana. “Noi due dobbiamo parlare, di noi”. “”, gli confermai, “credo anch’io che dobbiamo parlare”. Era arrivato il momento di chiudere, D. o non D., ed era arrivato al momento giusto. Andai a letto col cuore gonfio di tristezza e di ansietà. Non riuscii a dormire.

D. arrivò con dieci minuti di ritardo (pessima abitudine che non avrebbe mai perso tranne che in un’occasione). Per me quei dieci minuti furono lunghissimi. Ero lì, in piedi, sotto agli alberi. Il profumo dei fiori era intensissimo e da allora, anche oggi, per me quel profumo è associato a uno stato d’animo molto preciso e molto bello. E soprattutto, è associato a D. Quasi come un riflesso condizionato. D. arrivò e quando mi vide il suo volto si allargò in un sorriso enorme. Era evidentemente molto contento di vedermi. Salii in macchina, ci salutammo con molto calore ma senza abbracciarci o baciarci. Per tutta la sera, cercai un contatto fisico, anche leggero, con lui. A un certo punto del concerto mi sporsi in avanti, D. era seduto al mio fianco, appoggiai il braccio sul mio ginocchio in una posa decisamente poco naturale, ma lo scopo era poter far arrivare la mia mano il più vicino possibile alla sua. E fu allora che, con mia grande sorpresa, sentii che D. mi afferrò il dito mignolo e lo strinse forte. Forte. La gioia che fino ad allora non riuscivo a esprimere esplose. Trasalii. Guardai D. e lui mi ricambiò con un sorriso enorme, luminoso. Soprattutto, gli occhi esprimevano qualcosa che non osavo credere. Ed era per me. Finito il concerto mi accompagnò alla macchina. Quasi non parlammo, ci guardavamo e ci mettevamo a sorridere. Gli dissi che quel fine settimana avrei risolto la mia cosa con Tore e lo rassicurai che quella storia in realtà era già finita da un pezzo. Avevamo voglia entrambi di stringerci e di baciarci, ma non lo facemmo, ci limitammo a un accenno di bacio e decidemmo che avremmo cercato di passare insieme il week-end.

Il confronto con Tore fu triste, duro e drammatico. Gli esposi i motivi per cui non me la sentivo di continuare con lui. Lui la prese malissimo,  ebbe quasi una crisi isterica e disse su di me anche cose molto pesanti - e molto fuori luogo – ma capivo la rabbia dell’amante deluso e disilluso. Alla fine mi chiese se c’era per caso qualcun altro in vista. “”, gli dissi, “ma questo è ininfluente. Quel che ti ho detto stasera te lo avrei detto comunque, avevo già deciso”. “Si tratta di D. vero? Avrei dovuto immaginarlo. Beh, se non altro te lo sei scelto bello”. Ci ritirammo ognuno nella propria stanza. Nemmeno quella notte dormii, né dormì Tore. A un certo punto, sentii chiaramente che stava singhiozzando e mi sentii una merda. Mi chiesi se era giusto tentare di costruire la propria felicità avendo causato l’infelicità altrui. Tore avrebbe traslocato qualche tempo dopo, scegliendo accuratamente di farlo il giorno stesso del mio compleanno. Se ne andò senza avvisarmi, senza salutarmi, senza lasciarmi nemmeno un biglietto per dire “Vado”. Da allora, lo rividi solo una volta per caso, molti anni dopo, in piazza del Duomo; ci salutammo affettuosamente, poi sparì per sempre dalla mia vita.

Quel week-end Adriano ci prestò la sua casa, lui aveva in programma di andare a Parma da un ragazzo che aveva appena incontrato. Mi disse sorridendo che D., la sera in cui ci conoscemmo, gli confidò subito che gli piacevo un sacco. Gli chiesi come mai mi avesse allora fatto quel discorso sul “mettersi in coda”. “Eh, Germà, era più giusto che certe cose le scopriste da voi soli”. Fui molto contento per questo suo gesto. Fare l’amore con D. fu diverso che con tutti gli altri (pochi) con cui ero stato finora. Non era sesso o meglio non era solo sesso. Era passione, amore, dolcezza, forza, complicità, fratellanza, fusione di due entità prima ancora che di due corpi. Fu l’inizio della nostra storia. Era un venerdì di giugno del 1989.




permalink | inviato da il 13/1/2004 alle 16:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
 
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