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Non assegnata - 11 dicembre 2003

2 - 1989, maggio

Quando conobbi D., era appena un anno che avevo cominciato ad accettare la mia omosessualità e a viverla pian pianino. A marzo 1989 ebbi la mia prima relazione in assoluto con Tore, un ex-commilitone innamorato di me fin dai tempi della naja e che pur di arrivare a stare insieme a me era diventato mio coinquilino nonostante casa mia fosse molto scomoda per il suo lavoro. Tore fu fondamentale nello sbloccare la mia autoaccettazione e di questo non gli sarò mai sufficientemente grato, tuttavia non ne ero innamorato. Fisicamente non mi piaceva più di tanto e questo era un problema, però un po’ per la curiosità da persona a cui si apre un mondo nuovo e molto per via degli ormoni a livelli astronomici per la lunga astinenza, alla fine ci mettemmo insieme. La cosa però non funzionava e non solo per via del mio scarso coinvolgimento sentimentale. Tore si era costruito di me un’immagine mentale che non corrispondeva affatto a quel che ero in realtà e tentava in modo più o meno sottile di indirizzarmi in modo da farmi perlomeno sembrare quel che avrebbe desiderato. Ovviamente io opponevo molta resistenza alla cosa: pur avendo in pratica per certe cose l’esperienza di un adolescente, vedevo il gioco che stava tentando, sia pure se mosso da buone intenzioni, e la cosa non mi stava bene. Placati gli ormoni, provai a dirgli che non ero innamorato di lui e che avrei preferito chiudere la storia ma Tore non volle sentire ragioni: saltò su tutte le furie, mi chiamò in ufficio e per telefono mi fece una scenata epica mettendomi in un tremendo imbarazzo. Ci rimasi malissimo e mi lasciai ulteriormente sviare dal fatto che condividessimo l’appartamento: non me la sentivo di affrontare la convivenza con una persona che mi tenesse il muso in continuazione. Commisi l’erroredi concedergli di proseguire la storia.

Nel frattempo, Tore aveva iniziato a frequentare un gruppo di cristiani omosessuali. Inizialmente ci andava da solo, ma per incuriosirmi con uno di quei giochetti mentali che tanto gli piacevano e quanto mi infastidivano, mi parlava ampiamente delle discussioni che facevano, concludendo malignamente che non mi ci portava perché non ancora “intellettualmente all’altezza”. In realtà voleva provocarmi solo per scatenare una mia reazione nella direzione da lui voluta. Alla fine comunque mi ci portò, pur sapendo benissimo che io non solo non sono credente ma sono pure decisamente anticlericale. L’impressione che ricavai di quegli incontri non fu molto lusinghiera. Mi sembrava un ambiente in cui le discussioni su omosessualità e fede fossero solo la scusa con cui alcuni personaggi ampiamente nella terza età cercavano modo di bazzicare ragazzi molto più giovani e disinvolti. C’era un pesante livello di pettegolezzo cattivo, gratuito, astioso e anche un pochino vigliacco, del tipo “ti sorrido in faccia, come ti giri ti pugnalo”. Venni a sapere che di me e Tore si diceva che stessimo cercando il terzo e che io avevo addirittura la fama della troia, non so come vista la vita quasi ascetica che conducevo. Fu questo il mio primo impatto con l’ambiente gay milanese.

Ad aprile, Tore fu mandato a Roma per una lunga trasferta di lavoro e decise di fermarsi lì anche durante i week end per non affrontare lunghi e continui viaggi. Io fui contentissimo della cosa, la storia con lui era sempre più soffocante e la sola idea di restarmene da solo mi sollevava parecchio. Durante l’assenza di Tore continuai a frequentare il gruppo milanese, più che altro per uscire almeno una volta alla settimana e non fare la vita dell’eremita casa-ufficio. E una sera, al gruppo arrivò D. Venne lì accompagnato da Adriano, un ragazzo napoletano simpaticissimo e una delle poche persone sincere in quell’ambiente. Allora D. aveva 25 anni, alto più di 1 e 80, spalle larghe, fisico asciutto, capello chiaro ma soprattutto due occhi azzurri bellissimi, vivacissimi, un bellissimo viso e un sorriso assassino. Come entrò nella sala, ci guardammo dritti negli occhi e ci accorgemmo immediatamente che per entrambi era scattato qualcosa, a pelle. D. quasi ignorò tutti gli altri e venne subito dritto verso di me per presentarsi con moltissimo calore. Non riuscivo a crederci. La sua voce calda e profonda era resa ancora più sensuale dall’accento napoletano, inconfondibile, e su di me l’accento del Sud ha l’effetto di compromettere qualsiasi difesa. Passammo tutta la serata a parlare a ridere e scherzare e tra le righe a scambiarci discretamente informazioni su di noi, scoprendo quante cose avessimo in comune. Anche lui come me era capitato lì più per curiosità che non per una convinzione religiosa di qualsiasi tipo. Ero stupito della facilità con cui superavo la mia storica timidezza di fronte a una persona assolutamente sconosciuta. Quella sera non riuscii a dormire per l’emozione dell’incontro. Non ci scambiammo il numero di telefono, ero pur sempre un ragazzotto inesperto, e così il giorno dopo chiamai subito Adriano perché mi aiutasse a rimettermi in contatto con D. Non volevo aspettare sette giorni. Adriano mi rispose ridendo: “Germa’, questo è il suo numero di telefono, chiamalo senza problemi. Eh, ieri vi ho visti che stavate molto bene insieme però, non sto parlando per me, mi sa che devi metterti in coda”. Rimasi perplesso: D. stava forse già con qualcuno e io mi stavo facendo l’intruso in una qualche dinamica di coppia? D. aveva già qualcun altro che gli piaceva più di me? C’erano già altri che stavano corteggiando D. con maggiori possibilità di quante ne avessi io? Ero confuso e triste. La risposta di Adriano non prometteva nulla di buono, ma la spinta che provavo verso D. era troppo forte per farmi rinunciare così. Avevo percepito qualcosa di ricambiato quindi sarei andato avanti. Tore intanto chiamava ogni sera da Roma. Io ero sempre più freddo con lui. Non sopportavo la sua pretesa di “doversi” sentire rispondere “ti amo” o “mi manchi” quando lui mi diceva altrettanto; non riuscivo a farlo, non volevo dire cose che non sentivo, tanto meno per obbligo, quindi ogni sera era una scenata. L’arrivo di D., di cui non avevo ancora parlato a Tore, aveva solo accelerato le cose. Ormai c’era solo da prendere atto che la cosa era finita. Mi ero ripromesso che non avrei fatto nulla con D. se prima non avessi risolto la faccenda con Tore ma non volevo farlo per telefono e questo era un problema. Anche perché la trasferta di Tore era prevista lunga e io non volevo rischiare di perdere D. solo per aver lasciato scorrere il tempo.




permalink | inviato da il 11/12/2003 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
 
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