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Non assegnata - 25 novembre 2003

1993, 22 aprile, venerdì

NOTA: Questo racconto non ha nulla di eccezionale o di particolare. È una storia ordinaria, banale, come prima o poi capitano a tutti noi. Se per me ha un’importanza, è solo perché ha di fatto cambiato il mio modo di essere e di affrontare la vita, o forse più semplicemente mi ha insegnato il mio vero modo di essere. La scrivo principalmente per me, per poter finalmente guardarla nel suo complesso e con distacco a dieci anni di distanza e chiuderla una volta per tutte. Non c’è nessun’altra motivazione a questo racconto, men che meno velleità letterarie o di ricerca del facile applauso: aspirazioni che non ho mai avuto e che non ho intenzione di cominciare ad avere adesso. La storia è lunga quindi l’ho frazionata, principalmente per non sfracassarmi i maroni da solo nel rileggerla. Tutti i fatti, le persone, gli stati d’animo e i pensieri descritti sono rigorosamente veri e non romanzati e non mi interessa se qualcuno pensa il contrario – mi basta essere io a sapere come stanno le cose. L’unica concessione alla fantasia sta nell’aver cambiato il nome a tutte le persone coinvolte in questa storia, a eccezione di me e dei miei parenti. Beh, io vi ho avvisati.



È strano come a volte si facciano pensieri estemporanei nei momenti meno opportuni. Quella volta il mio fu: “Di venerdì è iniziata, di venerdì è finita”. Sono seduto in macchina, nell’auto di D., la sua auto aziendale, un’utilitaria nuova di zecca. D. è al mio fianco, al posto del guidatore. Zitti tutti e due. Tra un attimo aprirò la portiera, scenderò e andrò verso la mia auto, cercando di non voltarmi indietro. Ormai è andata. Sono le quattro del pomeriggio. Ci siamo dati appuntamento alle tre e mezza al solito posto, di fronte alla Rinascente di viale Certosa.
La facciata dell'edificio è grigia. L'asfalto è grigio. Il cielo è grigio. Il nostro umore è grigio. Le foto del nostro ultimo viaggio insieme, un giro in Irlanda soltanto quindici giorni prima, a Pasqua, sembrano anch'esse ricoperte di una patina grigia, del resto non poteva essere altrimenti, in Irlanda era piovuto per tutto il tempo. Anche l’auto di D. è grigia, naturalmente.
Ci siamo visti per un motivo ben preciso, ben conosciuto a tutti e due ma lasciato finora inespresso, sospeso per aria. Ero arrivato puntuale e ironia, per l’unica volta in tutti quegli anni anche D. era arrivato puntuale e non col suo solito quarto d’ora di ritardo. Ero salito sulla sua auto ben deciso ad affrontare quanto che c’era da affrontare e a farlo il più in fretta possibile per togliermi il peso, come si fa col dentista o con una pratica burocratica particolarmente rognosa.
E ora eccoci qua.
Tensione.
Lui tenta di alleggerire la situazione, svia continuamente il discorso, lo guardo e penso di lui con cattiveria, ma come, stronzo, hai già deciso tutto tu per conto tuo e ancora non me ne vuoi parlare, vuoi far finta che sia tutto a posto, ma non eri tu quello che mi faceva le menate sul “prendersi le proprie responsabilità”?
Lo incalzo.
Il mio stomaco è cemento massiccio.
Eppure sappiamo entrambi che cosa succederà e allora perché tutto questo tempo, tutta questa attesa inutile, esasperante, devastante? Sono mesi ormai che continuiamo così. "Io l'ho già capito, chiaro, ma devi dirmelo tu, con la tua voce, maledizione" penso, "me lo devi, con tutto quello che mi hai fatto e mi stai facendo soffrire".

Prende le foto, me le passa, tenta maldestramente di commentarle, io le guardo svogliatamente, resto freddo, non c'è allegria nelle immagini, provo un senso di fastidio chiudo l'album con un gesto secco e lo ripongo sul cruscotto. Lui continua imperterritto a passare da un comportamento inopportuno all'altro, a tentare perfino di scherzare ma non riesce nemmeno a sorridere.
Non ce la faccio più, sbotto di brutto "Insomma, non farmi perdere altro tempo, dimmi quel che mi devi dire e facciamola finita una volta per tutte con questa presa in giro". Lui comincia, ancora non lo dice direttamente cazzo, ci gira intorno, alla fine ammette che sì, aveva preso “la decisione definitiva”, ancora un’allusione!, durante il viaggio in Irlanda, che mi vuole ancora bene, ma che il pensiero di essere omosessuale gli sta stretto e lo soffoca, che “non è questa la mia vita”, che “mia sorella già sospetta”, che “io non mi sento così”, ma “così” come?, che insomma vuole capire se riesce ancora ad avere una relazione con una donna, anche nel senso "fisico" del termine, coltello arroventato nel mio stomaco e rabbia che sale. So che da tempo una sua collega naturalmente ignara di tutto lo sta tampinando pesantemente e lui, vanitoso com’è, non riesce a resistere e quindi nasconde, dissimula, mi mette da parte, nega i suoi sentimenti e nega anche me. Brucio di rabbia e di umiliazione, mi sento una merda e poi sale la reazione, allora è così, penso, quello che ti soffoca sono io, non “io” come persona ma io come “gay”, prova vivente e continua anche della “tua” di omosessualità e soprattutto della tua finzione con il resto del mondo e con te stesso e poco importa che io sia stato il “tuo” uomo per quattro anni. Lo stomaco si stringe fin quasi a far male.
Ma almeno ci siamo, o quasi.
Lui continua, dice che non è così che avrebbe voluto dirmelo, non in macchina, non in quel giorno, non in quella situazione imposta da me, avrebbe preferito dirmelo domenica e non venerdì, a casa mia, magari dopo aver fatto l’amore per l’ultima volta, sì, mi immagino e penso a un atto di sesso vissuto come cerimonia funebre, sai che romanticismo. Mi arrabbio ancora di più e nel momento per me più duro non so come riesco a impormi, io, a lui il decisionista, a lui che deve avere sempre il controllo delle cose, a lui che mi rimproverava sempre di essere troppo arrendevole, di non sapergli tener testa.
"Senti, visto che non lo vuoi dire tu, lo dico io: è finita, con oggi si chiude" parlo così, di rabbia, a brutto muso. Lui abbassa il viso, chiude gli occhi, sta per piangere. Insiste: “Non è così che avrei voluto succedesse... perché mi hai costretto a questa situazione?
Io non ne posso più, basta basta basta e gli dico stancamente “Perché almeno così adesso ‘so’ senza più dubbi, perché almeno così domani posso prendere un treno e andarmene lontano da qui, a Venezia dai miei, per cominciare a staccarmi da te e per sentire ancora un po’ d’amore sincero e di calore intorno a me. Tanto difficile arrivarci? OK, direi che a questo punto non c’è altro da dire. Ci sentiamo”.
Una lacrima gli spunta dagli occhi. Mi impongo di non guardare, di non guardarlo, finora dio sa come ho retto non voglio cedere, non di fronte a lui, non adesso, con lui per amore ho sempre dimenticato calpestato stracciato il mio orgoglio, troppo, almeno adesso voglio salvarne il salvabile. “Ci sentiamo”, sussurra.
Apro la portiera, scendo e cammino verso la mia auto. Non mi volto indietro. Sento il rumore di un motore, è lui che mi passa a fianco, mi supera, con la coda dell’occhio vedo che sta fissando dritto davanti a sé, rigido, forzato, inespressivo. Alla fine della strada svolta - ed è andato. Il blocco di cemento nello stomaco si scioglie, un istante di sollievo ora che le cose sono finalmente chiare ma è solo un attimo. Il blocco si sposta dallo stomaco al centro del petto. Mi accorgo di respirare a fatica. Dopo quattro anni di intensa, profonda e a lungo ricambiata passione, dopo quattro anni in cui ero riuscito a dare tutto l’amore che avevo dentro e anche di più e a sentire di riceverlo indietro, ero di nuovo solo. Non ne ero più abituato. Ma non avevo altra scelta e quello dovevo affrontare da ora in avanti.




permalink | inviato da il 25/11/2003 alle 9:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
 
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