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Non assegnata - 9 novembre 2004

9 - 1993, novembre

La scelta di chiedere a D. di tenersi fuori dalla mia vita si rivelò quella giusta. Certo avevo degli alti e bassi e a volte dovevo ricorrere a tutta la mia forza di volontà per non alzare la cornetta e chiamarlo, ma questi momenti diventavano via via più rari e lo sforzo di trattenermi sempre meno impegnativo. Nel frattempo, stavo cominciando a ricostruirmi una vita nuova, girando pagina. Avevo deciso di ripartire da quel che era rimasto: gli amici veri - alla fine erano solo due ma ora che ne capivo fino in fondo il valore mi sembravano una vera fortuna - e gli insegnamenti di mio padre.

Questa in effetti fu una sorpresa: solo ora che lui non c'era più riuscivo a capire chiaramente quanto in realtà mi avesse dato con l'esempio e quanto ora questo diventava prezioso per me. Mi accorsi che anzi era già parte di me. Accettare le cose e il destino per quel che è reagendo senza scoraggiarsi e senza cadere nel fatalismo passivo; dare peso a quel che conta veramente che non è mai materiale; avere rispetto di se stessi e degli altri con l'onestà nei sentimenti e nei comportamenti per potersi dire alla fine della giornata "avrò anche sbagliato, ma posso guardarmi allo specchio senza vergognarmi di me stesso". Non me ne ero mai accorto prima di questa eredità importante. Potevo vederla chiaramente solo ora, dopo che tutto intorno mi era crollato. Queste erano le sole cose che erano rimaste in piedi, intatte e salde e quindi erano le vere basi su cui ricostruire il mio futuro in modo solido e soprattutto fedele a me stesso.

Mio padre mi mancava e mi manca tuttora ma il pensiero di quanto mi ha lasciato dentro addolcisce il dolore e mi dà serenità e coraggio anche oggi. Rimpiango solo di non aver fatto in tempo a capirlo mentre era in vita e a ringraziarlo per questo.

Mi vedevo spesso con Karl. Andavo a trovarlo in farmacia quando aveva il turno di notte e si faceva spesso l'alba in questo modo, parlando di tutto. Il nostro era principalmente un rapporto di amicizia, anche se ogni tanto facevamo un po' di sano sesso. Non stavamo insieme, non c'erano implicazioni sentimentali: era una cosa assolutamente libera e senza impegno e andava perfettamente bene così. Karl conosceva un sacco di persone e questo facilitava le cose per me, aiutandomi a liberarmi del mio passato recente incontrando in continuazione facce nuove, frequentando ambienti nuovi e anche di nuovo qualche locale gay. L'avversione assoluta che ne aveva D. e la sua scelta di frequentare solo ed esclusivamente ambienti "etero" in qualche modo era anch'essa una forma di ghettizzazione per di più negativa in quanto esprimeva una sostanziale non accettazione. Mandai un annuncio di corrispondenza su un mensile e ricevetti una valanga di lettere, quasi tutte da donne o ragazze e iniziai uno scambio regolare con alcune di esse trovando una splendida complicità di sentimenti. Feci venire a casa mia le mie nipoti con i loro fidanzati e per l'occasione invitai le ragazze che frequentavo insieme con D. per una pizza in compagnia. Mi dissero tutte di sì salvo tirarmi il pacco all'ultimo minuto senza nemmeno avvisare così che mi ritrovai solo con le mie nipoti. Ci rimasi molto male sul momento ma se non altro l'episodio fu utile per eliminare qualche altro ramo secco dalla mia vita. Grazie a Karl conobbi un ragazzo che mi fece battere di nuovo forte il cuore. Insomma avevo ricominciato a vivere ma in un modo nuovo e più consapevole e vedevo di nuovo un futuro aperto di fronte a me.

Una sera di novembre, poco prima di cena, squillò il telefono. Io ero in relax, stavo leggendo un libro e quello squillo mi infastidì perché interrompeva la mia concentrazione. Alzai la cornetta.
"Ciao, come stai?"
Era D. Il tono era apparentemente allegro e affettuoso. Rimasi sorpreso e istintivamente cominciai a osservare le mie emozioni e le mie reazioni. Non provavo niente di particolare a parte la sorpresa.
"Bene e tu? Dove sei?"
Avevo il timore che avesse fatto una qualche cazzata, venendo a trovarmi.
"Sono qui a Cologno. Sai avevo voglia di sentirti".
"Io no" pensai.
Mi chiese che cosa stessi facendo e io risposi stando sulle generali. Non mi andava di metterlo al corrente di come stava andando la mia vita, era una cosa mia in cui non volevo lui entrasse.

"E tu, come va? Sei sempre con Rita?" gli chiesi.
"Sì, in effetti sì. Anzi ti avevo chiamato per questo".

Mi raccontò che avevano iniziato un corso di danza latino-americana e che quella sera erano alla prima lezione, solo che lui era arrivato in ritardo (come al suo solito) e Rita non lo aveva aspettato e quindi ora lui era rimasto fuori dalla scuola, non sapeva come rintracciarla ed era seccato con lei e cominciò una serie di lagnanze. Non resistetti e con calma gli dissi in tono candido:
"Ma scusa, non eri tu quello che mi dicevi sempre che avevi bisogno di una persona che ti tenesse testa? E adesso che l'hai trovata che fai, ti lagni?"

D. rimase interdetto per la mia risposta. L'avevo spiazzato. Mi rendevo conto di comportarmi da cagna ma non mi andava più di assecondare le sue contraddizioni infantili.
"Ma come? Ma cosa dici? Io ti avevo chiamato per avere un sostegno e tu..."
"E io cosa? Scusa, ma come la penso sulla faccenda di te con Rita lo sai benissimo e questa tua chiamata mi conferma che ho visto giusto. E poi un sostegno per che cosa? Perché si è stufata dei tuoi ritardi cronici? Beh, secondo me ha ragione e ha fatto bene a non aspettarti. Ma poi, perché chiami proprio me? Io sono la persona meno adatta per questo".

In realtà la sua storia con Rita non funzionava affatto. D. cercava aiuto e soprattutto un qualche alibi con se stesso per affrontare il vespaio in cui si era cacciato da solo e da cui non sapeva come uscire salvando la faccia. Ma io non ero disposto a fargli da sponda. L'intera situazione era falsa e io non avevo più voglia di falsità. Capivo anche che per lui io rimanevo un punto di riferimento ma non ancora come semplice amico. Di amiche con cui confidarsi ne aveva a bizzeffe e non c'era nessun motivo per cui lui nella nostra situazione chiamasse proprio me per sfogarsi di un episodio tutto sommato banale, se non il fatto che con me avrebbe potuto parlare liberamente di quel che con le amiche non poteva più parlare dopo aver sbandierato tanto con loro il suo "ritorno definitivo" all'eterosessualità.

Nonostante il mio tono ironico, non provavo malanimo nei suoi confronti e questo D. lo capì. Si era immalinconito. Capii anche che si aspettava che lo invitassi a venire da me, visto che si trovava a pochi chilometri, ma evitai accuratamente di farlo. Non era il caso. Parlammo ancora per un po' della sua situazione e io gli risposi dicendogli onestamente quel che pensavo, senza infierire e sempre mantenendo un tono di voce rilassato. Alla fine ci salutammo.

"Mi ha fatto piacere sentirti", mi disse.
"Beh prima o poi dovevamo rimetterci in contatto, no? È successo un po' prima di quanto mi aspettassi ma va bene così", gli risposi. "Stammi bene e non far disperare troppo quella povera ragazza. Ci sentiamo".
"OK. Ci sentiamo. Ciao".

Riattaccai e guardai l'orologio: era tempo di preparare la cena. Dopo avevo appuntamento con Karl e con il ragazzo che mi faceva battere il cuore. Non vedevo l'ora e non volevo far tardi.


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permalink | inviato da il 9/11/2004 alle 12:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
 
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