.
Annunci online

venezian-lombardo fuor d'acqua

Feed RSS di questo blog RSS 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
GayCrawler
Blog Catalog
Globe of Blogs
Blog Rankings
GetBlogs - Find Blogs in the Blog Directory

Non assegnata - 1 settembre 2004

8 - 1993, settembre

Tornando dalla Grecia mi fermai a Venezia per trascorrervi gli ultimi giorni di ferie. I miei familiari fecero quasi fatica a riconoscermi tanto era cambiato il mio aspetto: abbronzatissimo come solo durante la naja, capelli tagliati quasi a zero per la prima volta in vita mia (da allora non persi più quest'abitudine), canottiera pantaloncini e sandali, la bandana arrotolata e avvolta attorno al polso, stile braccialetto. Ero diventato magro: pesavo 58 chili, mentre solo qualche mese prima, quando D. volle chiudere la storia, ne pesavo dieci in più. Eppure in tutto quel tempo non solo non avevo perso l'appetito ma mangiavo eccome, disordinatamente e smodatamente, a tutte le ore del giorno e della notte. Ma lo stress del doppio dolore bruciava tutte le mie energie e tutte le mie riserve.

Ero molto stanco, ma finalmente si trattava di una stanchezza diversa, una specie di sollievo, la tipica stanchezza di chi porta a termine un compito che lo ha assorbito completamente per un lungo tempo e ne vede la conclusione. Una stanchezza finalmente serena e il punto di svolta era stato proprio l'incontro con Karl. Potevo vivere, potevo ricostruire, ne avevo le forze e la capacità: tutto sommato era proprio questo quel che volli mettere alla prova con la mia scappata a Mikonos (ma questo lo compresi solo più tardi). Anche i miei mi videro più rilassato. Dopo qualche esitazione, chiamai Karl, che nel frattempo era tornato pure lui a Milano: fu contento di risentirmi e ci demmo appuntamento per rivederci.

Finiti i giorni di ferie, ricominciai il mio tran-tran quotidiano. Pian pianino stavo facendo progetti per ricostruirmi un nuovo giro di amicizie, anche tramite Karl, visto che gli amici che avevo in comune con D. mi avevano quasi tutti voltato le spalle e del resto era meglio così, meno cose mi tenevano legate a D. meglio era. Avevo voglia di iniziare nuove attività, sentivo il bisogno di dedicare molto a me stesso. Fu proprio allora che arrivò la telefonata di D. Il tono era allegro e spensierato, come se nulla fosse accaduto.

"Ciao come stai? Come sono andate le vacanze? Ci vediamo? Pensavo di venire a trovarti".

Non ne ero entusiasta ma accettai. Era un passaggio obbligato per quel che avevo in mente di fare. D. arrivò tutto allegro e contento, mi abbracciò, mi raccontò della Corsica e della zona in cui era stato: anni addietro trascorremo insieme, noi due da soli, un'estate nell'isola ma quella volta vedemmo una parte diversa. Per fortuna risparmiò di portarmi un regalino, anche se mi confessò che era stato tentato di farlo. Evitava accuratamente ogni accenno alla sua collega e io da parte mia mi guardai bene dal porgli ogni domanda in merito. D. mi chiese della mia vacanza e gli raccontai della Grecia, di quel che avevo visto e di quel che avevo fatto. Volutamente tacqui sulla mia escursione a Mikonos né dissi nulla di Karl. D. ascoltava e si avvicinava, parlava e si avvicinava, a un certo punto mi abbracciò e mi baciò, forte.
"Mi sei mancato, sono contento di stringerti di nuovo", mi sussurrò. Finimmo a letto ma provai una sensazione strana: mi sentivo molto distante, distaccato, quasi assente: com'era diverso il senso di passione che avevo provato con Karl! Avevo oltrepassato il punto di non ritorno e quella sensazione di estraneità mi diede ulteriore forza per quel che avevo in mente di fare.

D. cominciò a parlare – finalmente – della sua collega. Mi disse che lei gli aveva fatto la corte per tutto il tempo ma che lui si decise ad andare con lei solo il penultimo giorno della vacanza, d'impulso. Mi raccontò di come avevano fatto l'amore, di quanto lei fosse 'calda'. Ma mi disse anche, con molta tristezza: "Appena finimmo, mi sentii molto male, molto triste. In quel momento mi mancavi moltissimo, avrei voluto che ci fossi stato lì tu al posto suo, sentivo il bisogno abbracciarti".
Io lo ascoltavo, disteso sul fianco, la testa appoggiata al braccio piegato. Ero impassibile, non mostravo alcuna emozione. D. continuava a parlare della sua collega, Rita, del fatto che ora si erano messi assieme e avrebbero continuato a vedersi. Mi limitai a chiedergli:
"Ma hai intenzione di dirle che hai avuto storie anche con uomini?"
"No, assolutamente no. Lei non deve sapere nulla di questo".

Sospirai. Era arrivato il momento di andare fino in fondo e quel sospiro mi serviva per prendere forza, come prima di una gara.

"Anch'io ho qualche cosa da dirti sulla mia vacanza. Sono stato qualche giorno a Mikonos, da solo e ho conosciuto un ragazzo di Milano. Siamo stati a letto, è stato un bell'incontro".
L'espressione di D. si incupì, sembrava sul punto di mettersi a piangere. Iniziò ad inveire contro di me, una vera e propria scenata di gelosia.
"Perché l'hai fatto? Hai voluto vendicarti, vero? Cosa serviva che andassi con un altro? Volevi dimostrarmi qualcosa? Ecco, hai rovinato tutto!"
Sospirai di nuovo. Mi stupiva il fatto di riuscire a rimanere impassibile, calmo. In quel momento, riuscii persino a cogliere l'amara ironia della situazione: se qualcuno non a conoscenza delle cose avesse osservato quella scena dall'esterno, avrebbe pensato che ero io quello che aveva lasciato D. e non viceversa. Aspettai che finisse di sfogarsi poi mi rimisi a parlare, con calma, quasi sottovoce:
"D., l'hai detto tu non so quante volte, in questi mesi, che le cose tra di noi erano finite e non si tornava più indietro. Tu ti sei sentito libero di metterti con Rita, io e te non stiamo più insieme e io non ho fatto voto di castità per questo. Anch'io devo ricominciare a vivere, ne ho il diritto. Da quel che vedo, la tua storia con Rita è destinata al fallimento e anche in fretta: tu non sei innamorato di lei, hai deciso di tenerle nascosto qualcosa di fondamentale di te, tutto sommato la stai usando. Per quanto tempo pensi di poter reggere? Cosa pensi di costruire su queste basi? È una cosa che non ha futuro e te lo dico senza interesse da parte mia. Nonostante la situazione mi hai fatto una scenata: cosa avrei dovuto fare io, allora, quando mi hai parlato di Rita, di come avete fatto sesso? Forse avrei avuto più ragione io, di fare una scenata: ma non è andata così. Ho rovinato tutto, dici: ma ho rovinato 'che cosa', visto che dici che non stiamo insieme e che non hai alcuna intenzione di tornare con me o di lasciare Rita?"
Sospirai di nuovo.
"Se per caso speravi di mettere alla prova qualcosa di te con Rita per poi tornare da me, sappi che non mi avresti comunque trovato lì ad aspettarti".

D. reagì con rabbia: "Non ci pensavo nemmeno!", ma riconobbi il tono con cui lo disse. Era il tono orgoglioso della frase cattiva buttata lì per tentare di mettere al tappeto un avversario che lo aveva colpito in pieno, cosa che lui non poteva accettare e a cui reagiva sempre in questo modo. Capii che in fondo D. era ancora innamorato di me ma non sapeva come risolvere la cosa. Ma capivo anche che se mi fossi lasciato intrappolare non ne sarei uscito più e su questo non potevo cedere. Ora: dovevo farlo ora.

"D., io sono stanco, sono stanco di star male. Devo ricominciare, devo rimettermi in piedi e per farlo ho bisogno di serenità: e mi sono accorto che se sto lontano da te, che se non ti sento, se non so nulla di quel che fai, che se tu non ci sei nella mia vita, per me le cose sono molto più facili. Almeno per il tempo necessario per me a venirne fuori".
D. si mise a piangere:
"No, non è questo che voglio. Non voglio che finisca così non voglio! Ci deve essere un altro modo, ci deve essere per forza!"
"D., ci ho pensato, tanto e a lungo e non sono riuscito a trovarlo. Se hai in mente qualcosa di meglio, dillo, ne sarei contento ma non credo che tu ci riesca. Penso sia meglio sospendere i nostri contatti: non chiamarmi e non cercarmi; mi farò vivo io quando mi sentirò pronto e quanto meno ci sentiamo tanto prima lo sarò".
D. rifletté un momento poi sussurrò:
"Sì, forse hai ragione tu, forse questo è l'unico modo. Ma non volevo che finisse così".
"Nemmeno io l'avrei voluto, ma non abbiamo alternative se vogliamo continuare a frequentarci come semplici amici una volta superato quel che c'è da superare".

D. si rivestì, era distrutto. Sulla porta mi abbracciò e mi disse all'orecchio:
"Stammi bene e mi raccomando a quel che fai!"
"Stai tranquillo, voglio ritornare a vivere e non certo distruggermi. Stammi bene anche tu e mi raccomando con Rita!"

D. chinò il capo, si girò e scese le scale a testa bassa. Rientrai in casa, chiudendomi la porta alle spalle.


Torna al capitolo precedente




permalink | inviato da il 1/9/2004 alle 8:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
 
viaggia nel tempo     <<agosto 2004    [    ]    ottobre 2004>>