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Non assegnata - 6 luglio 2004

7 - 1993, estate

Se fino a quel momento ero riuscito a mantenere un certo qual controllo, l'improvvisa scomparsa di mio padre distrusse anche quell'ultima parvenza di equilibrio. Facevo sempre più fatica a stare in compagnia degli altri, soprattutto degli amici e delle amiche comuni tra me e D., ma non avevo molte altre persone a cui fare riferimento. Come tutte le persone che attraversano una fase di depressione, mi arrotolai su me stesso e iniziai a ignorare le esigenze e l'effettiva disponibilità altrui, pretendendo senza accorgermene di avere l'esclusiva dell'attenzione per il mio dolore, oltre il limite del lecito e del rispetto reciproci. Con D. continuavamo a vederci ed era ogni volta una doccia scozzese. Accadde che i suoi andassero via per il week-end e lui si trovò così a casa da solo. Mi invitò a trascorrere quei due giorni lì da lui e io accettai, nonostante un ultimo barlume di razionalità mi ripetesse che non era la cosa giusta ma io non avevo più forza per ascoltarlo. Furono due giorni intensi, di sesso, di amore ma a mano a mano che la domenica volgeva al termine, D. diventava sempre più freddo e ostile nei miei confronti. Mi disse chiaro e tondo di non farmi illusioni, che tutto ciò che era accaduto quel fine settimana non significava nulla, che lui con me stava bene solo a piccole dosi ma poi si sentiva soffocare. Mi parlò dei suoi progetti per le ferie insieme ai suoi colleghi e mi venne in mente la folle idea di aggregarmi. D. mi disse "Fai quel che vuoi, non sarò certo io a impedirtelo, ma sappi che c'è una mia collega che mi fa la corte e io ho intenzione di mettermi con lei durante la vacanza, sai devo vedere se sono ancora capace di avere una relazione con una donna. E una tua eventuale presenza non mi fermerà". Fortunatamente, i miei amici riuscirono a dissuadermi da quell'idea priva di senso e mi convinsero ad andare in Grecia, a Naxos, insieme a parte della compagnia dell'epoca. Anche con loro (tranne che con due) le cose stavano precipitando, un po' perché stavo diventando effettivamente una palla anche se cercavo di parlare il meno possibile della mia situazione, molto perché la maggior parte della nostra compagnia era costituita da ragazze a cui non sembrava vero vedere che D. tornava a essere una preda "raggiungibile": parlavano dei suoi progetti etero come di "un trampolino di lancio" verso una sua nuova vita che avrebbe previsto solo relazioni con donne e pian pianino mi mettevano in disparte a favore di un discreto ma netto corteggiamento verso D., facendomi in qualche modo pesare la mia omosessualità come qualcosa che mi tagliava fuori. Iniziai così a diradare le mie uscite con loro, soprattutto se sapevo che ci sarebbe stato D. ma la sua mancanza unita alla mancanza di mio padre pesavano in modo a volte insopportabile. Facevo lunghi giri in macchina, senza una meta precisa, da solo, con l'autoradio a palla, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Una sera che la mancanza di D. era più insopportabile del solito, feci una delle cose più stupide che potessi fare: lo attesi sotto casa. Forse cercavo di farmi del male, forse cercavo di fare qualcosa di cui vergognarmi per trovare la forza per non vederlo per un po'. Anche qui, il barlume razionale mi diceva che stavo sbagliando ma non me ne importava nulla. Sapevo che quella sera D. era uscito coi suoi colleghi e che c'era pure la tipa con cui giocava a fare il seduttore. Attesi da mezzanotte fino a quasi le tre, quando vidi arrivare la sua auto. Anche lui mi vide, parcheggiò e venne da me. Cominciammo a parlare e io gli dissi tranquillamente che secondo me quel suo studiare a tavolino una relazione con una donna era una solenne cazzata, perché tanto non si può cambiare a comando il proprio modo di essere. D. mi rispose sbrigativamente, col modo che usava quando si trovava in carenza di argomenti. Sapeva che avevo ragione ma non l'avrebbe mai ammesso, troppo orgoglioso. Mi chiese perché fossi andato lì ad aspettarlo. "Perché avevo bisogno di vederti, anche se so che non era la cosa giusta da fare". Lui mi chiese di non farlo più e io, con molta tranquillità, gli dissi che poteva stare tranquillo, che quella sarebbe stata l'ultima volta che mi avrebbe trovato sotto casa sua. E così in effetti avvenne. Stranamente, nel dirgli quelle parole e nel tornare a casa mi sentii sereno e sollevato. Durò poco ma almeno quella notte riuscii a dormire un po' meglio. La vacanza a Naxos quell'agosto fu strana. Eravamo una decina, persone molto vivaci, ma io di giorno mi isolavo, facevo lunghissime passeggiate da solo, ore lungo chilometri di spiaggia ora affollata ora deserta. Continuavo a pensare a D., a mio padre, alla collega che saltava addosso a D., a loro due che facevano sesso alla faccia mia, alla mia solitudine. La sera, dopo che i miei amici erano andati a letto (avevamo affittato un appartamento e dormivamo tutti insieme), io mi alzavo e andavo in giro fino alle tre, alle quattro del mattino, da un bar all'altro, a bere birra e a guardare le persone che si divertivano, senza parlare con nessuno, come se stessi assistendo a uno spettacolo che non mi coinvolgeva affatto. Mi sentivo tagliato fuori ma sentivo anche la voglia di riscatto tornare a poco a poco. Sul molo dei traghetti avevo visto un cartello: collegamenti giornalieri con Mykonos, tre ore di traversata, poche dracme. Era una tentazione forte, ma sentii che 'dovevo' farlo. Il mattino dopo, presi il mio sacco a pelo e salutai gli amici: "Torno tra un paio di giorni", senza dir loro dove fossi diretto. Una delle ragazze chiese di poter venire con me, anche lei era in crisi e aveva sopportato spesso i miei momenti pesanti, ma io volevo la solitudine piena, perché sapevo quel che avevo in mente e non volevo costrizioni di alcun tipo. Le dissi gentilmente di no; lei non me lo perdonò (e aveva pienamente ragione), ma in quel momento "dovevo" essere egoista. La posta in gioco era la mia sopravvivenza psicologica. Andai al molo e presi il traghetto. Ero allo sbaraglio: a Mykonos non avevo alcun punto d'appoggio, non sapevo dove mi sarei sistemato, ma alla peggio pensai dormo in spiaggia col sacco a pelo. Come mi aspettavo, Mykonos era letteralmente un puttanaio: gay, etero, gente da tutte le parti, tensione sessuale palpabile nell'aria. Trovai un posto cuccetta in un campeggio molto centrale, l'ultimo posto libero, appoggiai la mia roba, mi feci la doccia e mi preparai per la serata. Quella prima notte non ebbe un grande esito: tentai di conoscere qualcuno ma evidentemente non ero ancora dell'umore giusto e non accadde nulla. Si fece l'alba, passai dal campeggio a prendere il costume da bagno e andai direttamente in spiaggia, senza dormire. Trovai una bellissima cala, poco affollata, dove si poteva prendere il sole nudi. Non mi spogliai, non mi andava di far vedere il segno del costume (ero bruciato dal sole). Notai un ragazzo biondo, tedesco o inglese, che passava il tempo a scrivere su un quaderno. Era carino, molto carino, ricordava vagamente D. ma mi sembrava molto concentrato e non tentai alcun approccio. Quella sera, nella piazzetta con la chiesetta, lo rividi all'ingresso di uno dei disco-bar. Lo guardai fisso, non sapevo se mi avesse notato durante il giorno, si accorse di me, gli sorrisi, fece per un attimo una faccia stupita e poi rispose al mio sorriso. Attraversai la strada e iniziai a parlargli in inglese. Fatica sprecata, era italiano. Aveva una conversazione piacevole e non superficiale, parlammo di tutto un po', ridendo scherzando e bevendo birra. Non gli parlai della mia situazione. A un certo punto, mi propose di andare a dormire da lui. Accettai. Far l'amore con lui fu liberatorio, mi lasciai andare completamente, senza freni e mi accorsi che potevo provare ancora passione. Fu davvero una bella notte. Ci fu solo un momento di sbandamento, quando alzando gli occhi per una frazione di secondo mi sembrò strano vedere in quella situazione un volto che non era quello di D. Ma fu solo un istante. Anche "dopo" invece di dormire continuammo a parlare: scoprii che si chiamava Karl, era trentino ma viveva a Milano e coincidenza curiosa compiva gli anni lo stesso giorno mio. Mi parlò della sua situazione sentimentale, abbastanza incasinata. Gli accennai qualcosa della mia e mi accorsi in quel momento di quanto D. mi sembrava lontano, piccolo, passato. Parlammo a lungo fino a mattino inoltrato quando infine lo salutai, avevo il traghetto di ritorno da lì a un'ora e dovevo ancora passare al campeggio a ritirare le mie cose. Ci scambiammo i numeri di telefono e la promessa di rivederci a Milano. Ritornai a Naxos dal resto della compagnia godendomi la traversata col mare grosso e il cielo limpido. Non dissi loro nulla di quel che avevo fatto né di dove ero stato ma tutti notarono che c'era in me qualcosa di diverso. Quella notte mi addormentai in discoteca, con la testa appoggiata alla cassa che pompava a tutto volume: negli ultimi tre giorni avevo dormito in tutto un'ora ed ero spossato. Ma per la prima volta da mesi stavo bene. Avevo la netta sensazione di avere di fronte a me un nuovo inizio.


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permalink | inviato da il 6/7/2004 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
 
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