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Non assegnata - 18 giugno 2004

6 - 1993, 18 giugno, venerdì

Quel giovedì sera, come sempre, chiamai i miei a Venezia. A loro non avevo detto nulla di D., mi vedevano giù ma io li tranquillizzai parlando di problemi sul lavoro e di stress. La mia famiglia, in quel momento difficile, era diventata un'oasi di serenità, dove D. non esisteva più e io mi sentivo amato e protetto. Rispose mia madre, parlammo un po' delle solite cose, del caldo che stava facendo in quei giorni. Chiesi di mio padre. Anni prima, aveva avuto un grosso problema, un misto di ipertensione e di complicazioni cardiache. Dovette installare un pacemaker, fu obbligato ad andare in pensione e smise di fumare. Pian pianino aveva recuperato ma in quel momento appariva di nuovo molto affaticato. Mia madre mi disse "Guarda, è sul divano, stasera non ce la fa, ti saluta". "Va bene, non ci sono problemi, digli di star lì tranquillo, tanto ci sentiamo lunedì".

Quella sera, prima di addormentarmi, ebbi un pensiero che non avevo mai fatto. Pensai: "Ora sono solo, vivo da solo, se stessi male durante la notte, ma male da non poter chiedere aiuto, cosa farei? Cosa sarebbe di me?". Mi stupii di questa idea, mi scossi e dissi a me stesso "Senti, hai già abbastanza rogne per l'anima, non creartene di nuove".

Venerdì 18 giugno era una bellissima giornata di sole. Mi alzai, soliti gesti, solite cose: làvati, vèstiti, fai colazione, sali in auto, vai in ufficio. Arrivai attorno alle otto e un quarto. Alle otto e mezza suona il telefono, dall'altro capo la voce di mia sorella. "Germano, vieni subito, è successa una cosa grossa". Mi allarmai. Pensai immediatamente a mia nonna, quasi novantenne, da anni inferma e in ospizio. "Cos'è successo, la nonna..?" Non mi sarei mai atteso la risposta di mia sorella.

"No. Il papà".



Bum.



(Mia sorella mi disse, qualche giorno dopo, che alla notizia bestemmiai, una bestemmia di quelle pesanti. Io non me lo ricordo).

Pensieri confusi, giramento di testa, gambe che tremano, stomaco che si chiude.

"Ma come, ma se ieri sera... Vengo, vengo subito".

Riattaccai, il mio capo, seduto dietro a me, mi chiese "Cos'è accaduto?"
"Mio padre è morto, all'improvviso. Devo andare a casa immediatamente".

Andai dalla segretaria per preparare il permesso ma non riuscivo a scrivere. La mano mi tremava tanto, tantissimo e non potevo tenere la penna sulla carta. La segretaria mi chiese se andasse tutto bene, le dissi cos'era accaduto.
"Vai, vai, non ti preoccupare, il permesso te lo preparo io". Con trecento persone in reparto da seguire, la nostra segretaria non preparava mai i permessi a nessuno, apprezzai la delicatezza del gesto.

Salii in auto, non ricordo cosa accadde, ricordo tanti clacson che mi suonavano e io non sapevo nemmeno perché. Non me ne importava. Chiamai D., avevo bisogno di parlare, gli dissi quel che era accaduto e in quel momento crollai, scoppiò la disperazione e il pianto. Dissi a D. che stavo andando a Venezia, in auto. D. mi fermò: "No tu non vai da nessuna parte, se guidi adesso ti schianti. Tu torni a casa in treno, vengo a prenderti io". Arrivò, nel mentre io pensavo a mio padre, a tutti i litigi, i conflitti che avevamo, alle mie insofferenze nei suoi confronti, all'ultima volta che l'avevo salutato con un bacio senza che mi immaginassi nemmeno che quella sarebbe stata anche l'ultima volta in cui l'avrei visto vivo, a tutte le cose di lui che mi davano fastidio e che ora, avrei dato tutto tutto tutto pur di risentirle e rivederle ancora. Un senso di disperazione così forte l'avevo provato solo da bambino piccolo, quando mi perdevo per la strada e non vedevo più i miei genitori e non sapevo ritornare indietro. D. arrivò, forse per reazione mi abbracciò e mi baciò. Facemmo l'amore e mi sembrava da un lato assurdo e dall'altro comprensibile, la rivincita della vita sull'inevitabilità della morte. Sulla strada della stazione, D. mi disse "Penso tu abbia capito il senso di quel che è accaduto tra noi". "Sì, l'ho capito, era un gesto di solidarietà, nulla di più". D. annuì, sembrava sollevato per questo. Sinceramente, in quel momento a me di D., di quel che pensava, di quel che pensava io potessi pensare non interessava nulla, la mia mente era a Venezia, volevo soltanto arrivare a casa prima possibile, qualsiasi mezzo di trasporto mi sembrava troppo lento.

Arrivai a S.Lucia, fuori ad attendermi c'erano mio cognato e le mie due nipoti, abbracciai la più grande e scoppiai in lacrime. Sul vaporetto che ci riportava a casa, io guardavo gli edifici delle Zattere, sul canale della Giudecca. La mia nipote più piccola mi abbracciava da dietro, in silenzio. Avevo gli occhiali scuri, guardando la distesa della Zattere, guardando il cielo limpidissimo, di un blu carico, senza una nuvola, guardando la mia città pensai "Perché si deve morire in un giorno così?". Pensai che mio padre quel cielo, quel sole, quel giorno non l'avrebbe mai visto né ci sarebbero più stati giorni così per lui. Da dietro gli occhiali spuntarono altre lacrime, silenziose.

Quando arrivai a casa, mi trovai al centro di una scena già vissuta in altri momenti, per altri parenti, per altre persone che se ne erano andate. Solo che ora toccava a noi. Mia madre seduta in sala, e tanti zii, zie, cugini, conoscenti, tutti lì attorno a lei, a parlare, a pregare. Non li vidi nemmeno, cercavo solo mia madre. Lei mi abbracciò in silenzio. Si dimostrò molto forte, molto più forte di noi, nessuna lacrima in pubblico, nemmeno con noi figli. Il suo dolore rimase sempre privato, ma non per questo meno intenso. Era una cosa sua, tutta sua e io sentivo che era giusto così.

D. non c'era più. Mio padre non c'era più. Nel silenzio della mia cameretta di Venezia, quella notte, guardai dentro la mia anima e mi guardai attorno. Un bombardamento. Tutto il mio mondo era sparito. Ero circondato da macerie, disteso a terra, senza la forza di rialzarmi.


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permalink | inviato da il 18/6/2004 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
 
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