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Non assegnata - 13 maggio 2004

5 - 1993, fine primavera

Dopo l'episodio della collega-insegnante, la storia tra me e D. continuò ad andare avanti, stancamente devo ammettere. Quell'incidente aveva incrinato qualcosa dentro di me, non tanto nel sentimento quanto nel modo in cui vedevo e vivevo la nostra relazione. Improvvisamente, il futuro di noi come coppia si era apparentemente dissolto, non riuscivo più a fare progetti, non "sentivo" più come certo il fatto che noi due avremmo percorso ancora molta strada insieme, insomma navigavo a vista. Anche D. si mostrava sempre più freddo, sempre più distante, sempre più apparentemente assorbito dal suo lavoro e dai suoi colleghi. Iniziarono le stilettate. Da principio, erano frecciatine piccole, quasi impercettibili, che io gli perdonavo e dimenticavo subito perché le attribuivo al nervosismo e allo stress per il suo lavoro. Ma pian pianino divennero atteggiamenti sempre più scontrosi, sempre più tesi a mettermi ai margini. Il primo colpo arrivò a marzo. Eravamo in macchina e D. a un certo punto mi disse:
"Ah, guarda che domenica andiamo a sciare, coi miei colleghi".
"Bello! E dove andiamo?".
Attimo di gelo. D. mi guardò di traverso e con un tono duro, l'espressione seccata:
"No, non ci siamo capiti. Io vado a sciare coi miei colleghi. Tu non vieni".
Lo stomaco si torce.

"Perché?"

"E come spiego la tua presenza ai miei colleghi?"
"Ma scusa, tu non puoi avere degli amici per i fatti tuoi a cui piace sciare?"
"Sì, ma per come ti comporti tu con me potrebbero capire qualcosa o farci delle domande. E a me non va".

Rimasi in silenzio, per il resto della serata parlai poco o nulla. Domenica lui andò a sciare, io me ne tornai a Venezia dai miei. Né io né D. avevamo il cellulare, all'epoca, quindi non potevo nemmeno sentirlo per telefono. Per me fu un week-end triste, tristissimo. Senza saperne il motivo, provavo un forte senso di colpa. E avevo paura.

Ero sempre più nervoso, D. non faceva nulla per nascondermi il suo fastidio ma si guardava bene, anche se sollecitato, dal parlarne. All'ennesima volta in cui lo affrontai direttamente, per cercare di capire cosa stesse succedendo, mi rispose: "No, non posso sempre dirti io quel che mi passa per l'anima. Devi sforzarti tu a capirlo, ormai mi conosci". Ci pensai e la risposta mi venne in mente una notte, mentre rientravo a casa da solo in auto.

Stimoli.
D. aveva bisogno di stimoli per andare avanti.

E qui era un problema, perché D. ultimamente era molto più lunatico e imprevedibile del solito, per cui una cosa che alla mattina gli faceva piacere al pomeriggio gli risultava insopportabile e quindi ogni mossa mia era esposta a qualsiasi tipo di reazione gli venisse da provare in quel momento. Tentai di organizzare un pranzo a casa mia, con la tovaglia bella i bicchieri fini cibo un po' ricercato preparato con le mie mani (e con molto amore). Non gradì più di tanto, come se avessi fatto qualcosa di scontato. Si lasciò sfuggire che da me si sarebbe aspettato una lettera (quando in quattro anni non ci eravamo mai scambiati una parola scritta esclusi i bigliettini di auguri). Conoscendolo, sapevo che se ora gli avessi scritto una lettera l'avrebbe disprezzata. Mi sembrava di sentirlo, "L'hai fatto solo perché l'hai sentito dire da me e non di tua iniziativa".

Lui intanto usciva sempre più spesso coi suoi colleghi, alla fine me li presentò e qualche volta - ma non spesso - uscivo anch'io con loro. Naturalmente, in quelle occasioni dovevo misurare attentamente parole, gesti e perfino sguardi se volevo evitare problemi con D. Si avvicinava Pasqua e tutti insieme organizzammo un viaggio in Irlanda. Ero contento e preoccupato allo stesso tempo.

Durante il viaggio, D. si comportò nei miei confronti con fastidio esagerato, anche di fronte agli altri ragazzi. Eravamo in cinque e avevamo noleggiato un'auto. Durante un trasferimento, io ero seduto dietro, in mezzo e D. era alla mia sinistra. Il guidatore prese una curva in modo un po' troppo veloce e io non feci in tempo ad aggrapparmi. Andai accidentalmente a sbattere contro D. Lui mi diede uno spintone, arrabbiatissimo, e si mise a urlare contro di me: "Ma insomma, ma che cazzo stai facendo!"
Nella macchina scese il gelo. Io credo di aver fatto la faccia di uno che stava per scoppiare a piangere. D. era incazzato nero, nerissimo. Gli altri ragazzi erano rimasti letteralmente a bocca aperta, ammutoliti e ci guardavano stupiti. Risposi "Guarda che non l'ho fatto apposta", ma D. non mi guardò nemmeno, rimase con la faccia scura rivolta verso il finestrino. Ci furono altri episodi di quel genere, l'Irlanda era bella ma come potevo godermela in quella situazione? Anche il sesso fu pochissimo, un disastro, D. addirittura si mostrava infastidito mentre lo facevamo. Ma continuava a non parlare, a non dire nulla su di noi. Rientrammo in Italia e D. cominciò a sfuggirmi sempre di più, quasi a evitarmi. Soprattutto, evitava di affrontare la situazione. Mi stava semplicemente lasciando lì a macerarmi nel dolore, nell'incertezza, nella paura di perderlo.

Io ero sfinito.



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permalink | inviato da il 13/5/2004 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
 
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