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Non assegnata - 23 gennaio 2004

4 - 1992, giugno


I nostri primi tre anni furono di una bellezza da favola. C’erano, è vero, i normali litigi seguiti dalle normali pacificazioni ma soprattutto c’eravamo noi due come due metà di una stessa entità. D. non sopportava (non sopporta, oserei dire) i locali di “settore” né tanto meno determinati schemi di comportamento assai diffusi nella comunità gaya, per cui vivevamo il nostro rapporto in modo aperto e relativamente visibile in un contesto di amici, situazioni, frequentazioni sostanzialmente etero. Questo mi dava una sensazione di ariosità, di respiro e di non costrizione che rendeva ancora più speciale la storia tra me e D. Ma a un certo punto, accadde qualcosa.


D. nel frattempo si era laureato e aveva iniziato a mandare in giro una valangata di curriculum, oltre duecento, ricavandone solo tre risposte, negative. Aveva scelto, anche in spregio al padre con cui aveva un pessimo rapporto, una facoltà abbastanza anomala e ora scontava le difficoltà legate a quella decisione. Un giorno, apparve sul giornale un annuncio di una grossa azienda internazionale; il tipo di lavoro non c’entrava nulla con la laurea di D. ma, per una strana serie di circostanze, la sua facoltà veniva comunque elencata tra quelle richieste per gli eventuali candidati. D. rispose, più per disperazione che per altro. Fu chiamato, passò vari colloqui e alla fine fu assunto a tempo indeterminato. Agli inizi, dovette seguire un corso di addestramento tecnico e fu allora che il suo atteggiamento nei miei confronti iniziò a cambiare. Prima, non volle trascorrere la Pasqua insieme a me, come avevamo sempre fatto. Disse di sentire il bisogno di uno spazio suo e che la cosa non avrebbe fatto male al nostro rapporto e mi propose di passare insieme solo gli ultimi due giorni delle ferie pasquali (come facemmo - e fu un disastro). Poi, qualche settimana dopo trascorremmo insieme un week end al mare, usando il camper del padre. D. era sempre irritabile e osservai che cercava in continuazione un telefono perché doveva chiamare a casa, diceva, comportamento che non gli avevo mai visto in tre anni e che non era giustificato da contingenze particolari, per poi  contrariarsi per  non essere riuscito a trovare nessuno. Stava studiando un elenco interminabile di nomi di prodotti della concorrenza e ogni tanto nel ripeterli usciva con degli strafalcioni enormi; un po’ per sdrammatizzare un po’ per alleggerire la tensione di quel momento strano, lo presi bonariamente in giro ma lui stranamente si alterò al di là di ogni aspettativa. Segnale ancora più preoccupante: avevamo una vita sessuale intensissima ma durante tutto il week-end non solo non  mi sfiorò nemmeno con un dito ma dimostrava fastidio se tentavo di avvicinarmi a lui. Ero molto preoccupato, soprattutto perché non vedevo nessun motivo apparente per tali cambiamenti.

Fu D. a confessarmi cosa stava succedendo. Venne a casa mia e mi disse piangendo che gli stava accadendo qualcosa di inatteso, che si vedeva con l’istruttrice del corso, una donna giovane ma già sposata e madre di due figli, che si stavano innamorando, che tra loro non era accaduto nulla ma che lei gli aveva balenato l’ipotesi di mollare il marito e mettersi con lui. Ora, io non volli mai sapere cosa esattamente accadde tra loro: D. mi disse che al massimo si erano tenuti per mano, ma una donna sposata e madre, a meno che non sia completamente pazza, non pensa di mollare la famiglia solo perché il belloccio di turno le ha tenuto la mano. Ma decisi di sorvolare su questo per non farmi più male di quanto non ne stessi provando a quella rivelazione. Cominciai a vivere con una sensazione continua, opprimente, di peso allo stomaco, quasi un rimorso per qualcosa che avevo o non avevo fatto. Molto simile a una sensazione di panico.

D. mi chiese di fare qualcosa per contrastare quanto stava accadendo. “Come posso agire su una parte così irrazionale come i tuoi sentimenti?” gli dissi, “se tu ti stai innamorando davvero, io ci posso fare ben poco”. Lui reagì male: “Se dici così, mi hai già perso. È questo quel che vuoi? Io no, non lo voglio, non voglio perderti!”. Mi sembrava una situazione assurda, comunque reagii di brutto, o per lo meno ci provai. Iniziai a corteggiare D. in modo spietato, pur temendo l’inutilità della cosa: i sentimenti non sono una questione di razionalità, ahimé. Venni in qualche modo a conoscenza del numero di telefono e dell’indirizzo della tipa e per un momento fui tentato di affrontarla direttamente e cantarle il fatto suo, ma grazie al cielo rinsavii immediatamente. D. non aveva alcuna intenzione di fare coming out sul lavoro e non era il caso che lo mettessi in una situazione imbarazzante. Ma tenni comunque quella possibilità come ultima spiaggia. Alla fine, una sera in cui ero esausto dal senso di panico, dal dolore e dal peso della situazione, andai senza preavviso sotto casa di D. Tentai di chiamarlo da una cabina lì vicino. Occupato. Riprovai. Occupato. Ebbi un flash, provai a comporre il numero della tipa (se avesse risposto avrei chiuso la conversazione immediatamente). Occupato. Riprovai più volte a distanza di diversi minuti, prima il numero di D. poi quello della tipa. Occupati entrambi. OK, era chiaro che stavano parlando insieme. Dentro di me ribolliva un misto di rabbia sorda e di dolore acuto. In quel momento, avrei potuto commettere qualsiasi follia pur di riprendermi D. Alla fine, il telefono di D. suonò libero. “Sono qui sotto”, gli dissi, “Ti va di vedermi?” D. scese immediatamente e andammo in macchina in un posto tranquillo. D. mi parlò: “Sai, prima che chiamassi tu ero al telefono con Rosaria, la mia istruttrice. Abbiamo parlato a lungo e le ho detto che non voglio più continuare questo gioco con lei, che non ha senso. Ho scelto, voglio stare con te”. Mi sembrarono parole dette a un altro, forse il dolore e la tensione di quei giorni erano ancora troppo forti. Non riuscivo a gioire. Non riuscivo a credere a quel che udivo. Non riuscivo a “sentire” emotivamente le parole di D. Su tutto, dominavano la stanchezza e gli ultimi riflessi di quel senso di panico che nelle ultime settimane era ormai diventato parte integrante di me.

Dopo qualche giorno, tornai a Venezia per il week-end. Mi venne voglia di fare un regalo a D., come eravamo abituati tra di noi, ossia senza un motivo o una ricorrenza, un regalo per il solo gusto di farlo e di vedere la sorpresa e il compiacimento negli occhi dell’altro. Acquistai due t-shirt ma, come uscii dal negozio, avvertii qualcosa di strano. A sorpresa, non ero contento del regalo. Mi sembrava di aver acquistato un presente per un qualche parente lontano, estraneo, a cui bisogna comprare qualcosa per puro dovere. Mi allarmai. Improvvisamente, sentii D. distante, distantissimo, come non mi era mai accaduto in quei tre anni. Improvvisamente, pensando a noi due non ebbi più la sensazione di un rapporto destinato a spiegare le ali, senza limiti di tempo e senza altri ostacoli che non la nostra stessa volontà. Ebbi la sensazione che da allora in poi si sarebbe navigato a vista e che ogni giorno di relazione in più sarebbe stato un giorno regalato. Il giocattolo si era incrinato e non c’era modo di farlo ritornare come prima. Mi venne da piangere e mi sentii solo.




permalink | inviato da il 23/1/2004 alle 12:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
 
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